Informazione, voglio un’ecosistema più intelligente

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La meccanica dei gesti implica che quanto più basso sia il coinvolgimento emotivo e personale tanto più diventino impulsivi e incontrollati. Retweet, Like e +1 rientrano in questa categoria.

Una caratteristica che porta spesso, quando si parla di qualità sul web, ad affrontare il tema da una prospettiva esageratamente bacchettona. Cosa intendiamo per qualità? Che legame può avere con l’intelligenza collettiva? Che ruolo gioca Twitter nell’ecosistema dell’informazione? Luca De Biase affronta il tema dei retweet impulsivi su rumors e breaking news auspicando una maggiore responsabilità personale nel modo di usare Twitter e condividere l’informazione, “regole individuali d’azione” che possano modificare il risultato collettivo.

La tendenza attuale nel modo di fare e consumare informazione è quella di una generale “superficialità”, nel senso di rimanere in superficie. Un concetto non propriamente negativo. Regole, tempi di sedimentazione, analisi, profondità sono aspetti che appartengono ad un modo di leggere e informarsi legato alla “lentezza della carta”.

Il modello odierno del “leggi e condividi” si basa su paradigmi differenti. E’ un modello dinamico, necessita di rapidità e cambiamenti repentini, obbedisce alla regola del superamento, sguizza in superficie, vive di percezioni visive. E’ un modello in divenire in cui le regole a cui siamo stati abituati non valgono non perché non siano utili ma perché sono semplicemente inattuali. La qualità non si può pretendere. Il suo raggiungimento è un processo di estrusione che forse non riusciamo ancora a cogliere nella dinamicità di un tweet.

Who follows who? Non bastano 140 caratteri per avere dei followers

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Termini, significati, linguaggi del web finiscono sempre più spesso per influenzare l’immaginario comune. In questo senso devo dire che è illuminante l’utilizzo del concetto di follower preso in prestito da Twitter ed utilizzato per la promozione della maratona Nike che si terrà a Buenos Aires, Intertwitter.

Il concept. Vuoi essere seguito senza correre? Una cosa è avere dei followers online. Un’altra essere seguiti nel mondo reale. Rimettiamo le cose in chiaro.

Nike We Run Buenos Aires - "Who follows who?" Challenge from BBDO argentina on Vimeo.

Se non fosse dall’altra parte del mondo sarebbe stimolante capire chi segue chi.

Media sociali e business, c’è ancora molto da imparare

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Apriamo una pagina fan su Facebook o un blog? Attiviamo un account Twitter o un brand group su LinkedIn?

Utilizzare i social media per comunicare e promuovere la propria attività è una necessità avvertita da molti. Ma spesso la loro adozione è vissuta come adesione ad una tendenza, non come una strategia con regole e dinamiche definite differenti da quelle del marketing tradizionale.

Ancor prima di discutere su quali strumenti utilizzare vi sono argomenti che un’azienda dovrebbe affrontare a vari livelli.

I social media esigono trasparenza. Perché possano funzionare devono poter essere il riflesso di una cultura aziendale condivisa. Il rischio sarebbe quello di osservare dei rami spogli al momento del raccolto.

Uno dei principali difetti che mi capita di notare quando si affrontano interrogativi di questo genere è che Facebook o Twitter siano considerati come l’ennesimo “tranello” per invadere uno spazio con la propria immagine.

I social media sono disposizione all’ascolto, richiedono un cambiamento nella cultura aziendale tale da annoverare l’umiltà come una condizione di cui non ci si debba vergognare.

Cosa significa trasparenza? In un ambiente in cui le persone (non i clienti) hanno sempre maggiore centralità, le aziende dovrebbero pensare ed agire come individui, scoprire un atteggiamento più umano. Rivalutare la propria presenza in relazione alla reputazione acquisita, avviare attività, anche procedurali o di rivisitazione dell’offerta, che migliorino il prodotto e costruiscano fiducia attorno al brand.

Se in passato l’azienda era quello che comunicava, nel futuro prossimo dovrà mostrare quello che realmente è. Soprattutto quando la seduzione, se non l’inganno, della pubblicità tradizionale non avranno più alcuna influenza sulle decisioni di acquisto (ci siamo quasi).

Un po’ d’utopia. Marketing aziendale e personal branding saranno due facce della stessa medaglia. Singolo individuo (cliente o lavoratore interno) ed azienda si identificheranno. Sempre che a monte esistano le condizioni (valori aziendali positivi, disponibilità ad ascoltare, autocritica ed attenzione alla qualità del prodotto)  che spingano il primo, dall’impiegato alla donna delle pulizie, a promuovere, scommettere sui valori di cui un’azienda è portatrice. Se ancora si pensa che “si potrebbero simulare conversazioni e commenti positivi tra account fake?” ci sarà ancora molto da lavorare.

Vi suggerisco la lettura di questa interessante intervista a Massimo Cavazzini, Web manager in 3 Italia.

Cadmus organizza il tuo flusso di informazioni

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Oramai sarete abituati al concetto dell’information overload. Figuratevi cosa potrebbe accadere se, come è successo a me negli ultimi tempi, impegni di lavoro e non vi tengano lontani dalla navigazione. Sareste obbligati a scorrere pagine e pagine, tra feed, update e quant’altro. Sempre che non decidiate di resettare giorni di notizie e ricominciare da zero.

In caso contrario potete utilizzare Cadmus, un tool web based che permette di aggregare feed RSS, tweet e aggiornamenti di Friendfeed, organizzare lo stream di informazione e mostrare i contenuti più rilevanti pubblicati dall’ultimo accesso al servizio. Non si tratta del solito aggregatore di notizie.

Come funziona? Le informazioni su uno stesso argomento vengono nidificate e raggruppate in conversazioni alle quali si può accedere dalla notizia più importante presente in cima.

Sulla barra laterale inoltre potrete trovare un modulo che visualizza le “Trending conversations” (suddivise per fascia temporale) ed uno dedicato ai “Personal trending topics”, gli argomenti di cui la rete ha maggiormente discusso dal vostro ultimo accesso.

Utilizzare Cadmus è molto semplice. Potete autenticarvi direttamente attraverso il vostro account Twitter e migliorare il modo di fruire la mole di informazioni a cui ogni giorno siamo sottoposti.Ve lo consiglio, vivamente.

Blogging: postare ha ancora un senso

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Più di un anno fa la blogosfera si interrogava sull’attualità del blogging, sulla sua effettiva capacità di veicolare l’informazione e di creare buzz. L’emergere del social network come forma d’espressione personale ne aveva in parte oscurato il ruolo primario nel web.

Ora una ricerca di PostRank dimostra come il blogging abbia ancora un ruolo fondamentale nella determinazione delle conversazioni online. Quello che è cambiato negli ultimi 3 anni è il modo in cui i contenuti vengono diffusi e condivisi in rete.

Social network come Facebook o Twitter hanno paradossalmente aumentato la durata dei contenuti facilitandone la condivisione ma riducendone l’engagement on-site. Meno commenti, maggiore condivisione fuori dal contenitore classico del blog.

Un po’ di numeri. L‘engagement dei lettori si basa per il 29% sulla condivisione di link nei social network, per il 29% avviene attraverso il bookmarking o siti come Delicious Reddit o Digg mentre i trackbacks scendono dal 19% al 3% rispetto al 2007.

Cosa significa tutto ciò? Le conversazioni nascono su blog o siti di informazione ma si sviluppano inevitabilmente nei luoghi in cui si ritrovano le persone. Aumenta la vita dei contenuti dato che cambiano le modalità e la tempistica con cui persone e comunità ne vengono a contatto. I numeri dimostrano come i media sociali favoriscano la scoperta delle informazioni. Rispetto al 2007, in cui l’engagment avveniva nel primo giorno, se non nella prima ora dopo la pubblicazione, il 36% avviene anche dopo più di un giorno.

Quindi mettetevi comodi ed attendete che i numeri vi diano conferma prima di valutare il successo o meno di quello che avete prodotto. Nel frattempo impegnatevi a dimostrarvi socievoli. Non tutto il real-time-web viene per nuocere.

Social network: l’esasperazione dei numeri

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Non ho idea di cosa stia succedendo ma l’iniziale fervore nei confronti dell’evoluzione del web si colora ogni giorno di nuove fratture. Ne avevo già dato un’anticipazione la scorsa settimana. Questa volta lo spunto nasce da un post di Seth Godin che affronta per l’ennesima volta la questione del numero di Dunbar o regola dei 150. Si tratta del numero di componenti di una rete sociale che possiamo seguire cognitivamente e con cui riusciamo ad interagire.

In tutti gli altri casi la natura delle relazioni è qualcosa di diverso. La morbosa volontà di accrescere la propria rete sociale, al di là della necessità di aumentare le fonti di informazione personale, alquanto improbabile e limitata, può essere spiegata come una sorta di primato del numero sulla parola, della presenza sulla consistenza.

In quest’ottica riesco a giustificare le mie perplessità sulla relativa impossibilità tecnica che i nuovi strumenti hanno nella determinazione della permanenza e della qualità dei contenuti. La quantità ha soppiantato, o sta lentamente soppiantando, la qualità nella pratiche di socializzazione degli individui. Alla stregua della produzioni in serie di oggetti.

La repentinità con la quale le conversazioni si spostano da un argomento all’altro richiede una presenza continua, costante, attiva perchè se ne possa far parte. La presenza diventa prerogativa nella partecipazione, nel coinvolgimento, nella determinazione stessa degli argomenti. Al punto che una discussione è condivisa nella sua attualità ma diventa insignificante nel momento in cui i partecipanti sono attratti da nuovi stimoli.

C’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare? O la necessità “impellente” di produrre, postare, uploadare di stampo industriale va applicata anche alla gestione delle relazioni interpersonali? La mole di informazioni che produciamo non rischia di precludere l’accesso a contenuti di cui avremmo effettivamente bisogno?

Al momento non saprei rispondere. Penso, spero, possa farlo tu per me.

ReTweet: il peso specifico di un suggerimento

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La semplicità d’uso è da sempre stata alla base del successo di Twitter. 140 caratteri, alcuni comandi base che ne veicolino i contenuti e creino attività sociale, dal @reply al Direct Message al ReTweet agli #hashtags.

Nel caso del Retweet (RT) non è detto che la funzionalità si possa tradurre necessariamente in qualità, almeno non in tutto. Il comando attraverso il quale rilanciamo una notizia o un aggiornamento di stato pecca di mancanza di spirito critico e riflessività.

Appare più che altro figlio di una tendenza per cui la capacità di amplificazione dello strumento supera o sostituisce addirittura la qualità del contenuto.

Un suggerimento, quale potrebbe essere un retweet, perde sostanzialmente il suo valore. Qual è il suo peso specifico reale?

Ci sono casi in cui il semplice rilancio di una notizia può essere frainteso ed mostrare entusiasmo laddove ci sia disaccordo o viceversa o esprimere la volontà di condividere un’informazione che stimoli le reazioni della comunità.

In questi casi la possibilità di inserire dei commenti sarebbe necessaria. Darebbe una motivazione aggiuntiva in grado di indirizzare le conversazioni verso la riflessione sui contenuti anziché verso una loro automatica propagazione, per quanto giustificata. Probabilmente Twitter ci sta lavorando. Si attendono novità in merito.

Foller.me e scopri chi seguire su Twitter

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Twitter, una realtà nel panorama delle reti sociali. Ma come spesso succede in questi casi il successo diventa il lascia passare per una serie di fastidiosi inconvenienti per gli utilizzatori.

Spam, robot e quant’altro, ogni giorno la casella di posta è invasa da una serie di ammiratori desiderosi di seguire le nostre avventure quotidiane. Ora, sebbene non sia la soluzione definitiva ai vostri problemi di spam, Foller.me vi può dare qualche indicazione per orientarvi nel mare magnum dei tweeps.

Foller.me è una semplice applicazione, semplice ma intuitiva, che vi permette di raccogliere ed analizzare le informazioni necessarie per capire se un utente può essere o meno di vostro gradimento. Personalmente ricambio il follow a chiunque mi aggiunga ai suoi contatti salvo ricredermi o “fare pulizia” nel caso la conversazione non sia piacevole, costruttiva o si tratti di una “bella ragazza” in abiti succinti.

Fooler.me analizza i tweet ed i follower di un determinato utente e ne estrapola alcune informazioni dettagliate come gli ultimi hashtags utilizzati, gli argomenti trattati di recente, la provenienza e gli utenti menzionati con maggior frequenza.

Ovviamente a priori non è mai saggio giudicare (o evitare) ma su Twitter, inevitabilmente, per dare valore alle conversazioni, bisogna decidere, ahimè, chi seguire.

Quando il web non sarà più interessante

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La scorsa settimana Twitter ha aggiornato la sua home page. Apparentemente, un cambiamento impercettibile ma che nasconde grosse differenze di approccio alla rete rispetto al passato.

Se prima, quando nasceva, Twitter era una semplice domanda, What are you doing, oggi, in seguito alla crescita esponenziale dei suoi utilizzatori, si è trasformato in una risposta universale in grado di dirci quello che sta succedendo in rete e nel mondo.

Una trasformazione sostanziale, insomma, da piattaforma per lo scambio di messaggi di stato striminziti, i famosi 140 caratteri, a dispensatore di valuta sociale, come dice Massimo Russo, una sorta di news-streaming che fornisce in tempo reale aggiornamenti e temi del giorno.

Ma se il cambio di rotta sembra dettato dall’utilizzo che ne fanno le persone, la tendenza a trasformarsi in pseudo-piattaforme editoriali, su cui è indirizzato anche Facebook con l’apertura dei profili e dei lifestreaming, potrebbe sminuire l’aspetto puramente sociale dei social network. Ed alimentare, in futuro, l’abitudine dei citizen ad essere turisti del web più che attori responsabili.

Automi che, tra retweet incondizionati, un “Mi piace” o un “Condividi” impulsivi, potranno smarrire lo spirito critico e la propria individualità, trasformando il web in un ambiente inflazionato ed anonimo.

Che sia l’inizio della fine?

Dittature aziendali

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Prendo spunto da questa bella lettera di Simone Lovati sui firewall aziendali per un post nostalgico e rabbioso dedicato a quanti sono costretti ad una vita di sotterfugi per non dimenticare una parte importante della loro esistenza.

Libertini impenitenti, divisi tra la voglia di libertà e la tensione del ricercato, obbligati a scovare percorsi, alternative, strade impervie pur di liberare la loro socialità.

Ci hanno detto di tracciare sentieri ma speravano solo che distogliessimo lo sguardo dall’orizzonte.

Ci hanno detto che l’azienda è fatta di relazioni, di persone che entrano in contatto, di conoscenza ed informazioni condivise che passano da un ambiente ad un altro, di esperienze che abbandonano il singolo per diventare pubbliche.

Che cosa è un’azienda se non argomento di discussione, sia che produca servizi, sia che fornisca prodotti, sia che costruisca sogni. E’ prima di tutto qualcosa di cui parlare, sia che la conversazione avvenga in un bar sia che si tenga in un ufficio ovattato al trentesimo piano di un grattacielo di New York.

Lo avete dimenticato? Facebook, Twitter, Friendfeed non sono altro che estensioni della nostra quotidianità. Bloccandone l’accesso ai vostri dipendenti non fate altro che evitare la frequentazione di questi ambienti agli argomenti di cui i vostri dipendenti sono messaggeri. Inevitabilmente la vostra azienda è uno di questi.

Anziché considerare un ambiente come una distrazione, un freno alla vostra produttività, provate a vederne le potenzialità, provate a guardare oltre il timore che vi tiene incatenati alle certezze di chi vi ha preceduto.

Un amministratore, ancor prima di essere tale, è una persona, un padre, un fratello, un amante che condivide passioni, emozioni, esperienze. Ma forse lo avete dimenticato, così come un adulto dimentica di esser stato bambino.