Internet: la mediocrità è solo un danno collaterale

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Facebook InfographicInternet può veramente migliorare la società? E su quali metriche possiamo basare i nostri giudizi di valore?

Ogni giorno miliardi di contenuti vengono creati e condivisi sui social network, da Facebook a Twitter a Youtube. Un flusso interminabile di link, post, video, foto che viene avvertito da più parti come un pericolo, un agente paralizzante per le capacità cognitive del singolo e la formulazione di una sana coscienza sociale.

Se si osserva il passato, la maggiore capacità di diffusione tecnica dei contenuti ha di solito portato alla creazione di materiale che non sempre coincideva con i canoni o le aspettative dei modelli culturali che lo avevano preceduto.

Lo fa notare Clay Shirky che in un bell’articolo sul Wall Street Journal ricorda anche come l’intuizione della rivoluzione scientifica sia stato il “peer review”, l’idea che la scienza fosse uno sforzo collaborativo che presupponeva la condivisione e la partecipazione di tutti.

La moltiplicazione dei libri, frutto dall’invenzione della stampa, per esempio, ha portato alla proliferazione della narrativa erotica. Una conseguenza inevitabile che non ha fiaccato la forza della letteratura o la sua funzione formativa nei confronti della società.

La mediocrità è una conseguenza naturale dell’aumento della libertà. E’ un rischio necessario. Così come è inevitabile che l’abbondanza abbia maggiori controindicazioni rispetto alla scarsità.  E’ solo una questione di numeri e probabilità.

Come possiamo orientarci ed evitare che l’abbondanza diventi un ostacolo all’acquisizione delle informazioni corrette? Qual è il rimedio alla distrazione di cui potremmo essere vittime?

A mio modo di vedere la risposta sta nella  creazione di strutture culturali e istituzioni che sappiano guidare la società verso nuovi modelli di apprendimento e sappiano garantire la gestione dell’abbondanza. Norme, educazione e adesione al cambiamento. Tutto qui. Arroccarsi in posizioni antiliberali non porterà a nulla. Semmai potrà ritardare l’incontro con il progresso.

La mediocrità è solo un danno collaterale necessario. I risultati non potranno far altro che oscurare le preoccupazioni attuali di quanti ancora indentificano la novità con il male. A questo proposito mi piace ricordare che “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior“.

Whaiwhai, guide per turisti non convenzionali

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Non mi stancherò mai di ripeterlo, siamo tutti storie da raccontare. Figuriamoci quanto abbia da dire una città. Ricevo da un caro amico la segnalazione di un’iniziativa pregevole e di grande impatto innovativo: un libro.

O meglio, una collana di guide turistiche pubblicate dalla veneziana LOG607. Il progetto, Whaiwhai, fa parte delle iniziative che partecipano ad Italian Valley, un concorso per  “progetti italiani che cambiano il mondo”, lanciato da Wired Italia e dal Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione.

Di cosa si tratta? Ogni guida racconta una storia. Ogni pagina è divisa in tre ed i pezzi dei racconti mescolati tra loro. Per proseguire nella lettura è necessario risolvere un enigma, inviare un SMS e ricevere un codice fino alla soluzione di tutti gli enigmi.

Risultato. Il lettore avrà visitato la città vivendo da protagonista la scoperta dei luoghi e dei segreti storici che ne hanno dato importanza nel tempo.

Il viaggio diventa un’avventura, la lettura un gioco, l’esplorazione una storia personale. Al momento le città “raccontate” sono Milano, Roma, Verona, Firenze e Venezia. 6 storie per ogni città, altrettanti luoghi da scoprire. E da vivere in prima persona.

Cadmus organizza il tuo flusso di informazioni

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Oramai sarete abituati al concetto dell’information overload. Figuratevi cosa potrebbe accadere se, come è successo a me negli ultimi tempi, impegni di lavoro e non vi tengano lontani dalla navigazione. Sareste obbligati a scorrere pagine e pagine, tra feed, update e quant’altro. Sempre che non decidiate di resettare giorni di notizie e ricominciare da zero.

In caso contrario potete utilizzare Cadmus, un tool web based che permette di aggregare feed RSS, tweet e aggiornamenti di Friendfeed, organizzare lo stream di informazione e mostrare i contenuti più rilevanti pubblicati dall’ultimo accesso al servizio. Non si tratta del solito aggregatore di notizie.

Come funziona? Le informazioni su uno stesso argomento vengono nidificate e raggruppate in conversazioni alle quali si può accedere dalla notizia più importante presente in cima.

Sulla barra laterale inoltre potrete trovare un modulo che visualizza le “Trending conversations” (suddivise per fascia temporale) ed uno dedicato ai “Personal trending topics”, gli argomenti di cui la rete ha maggiormente discusso dal vostro ultimo accesso.

Utilizzare Cadmus è molto semplice. Potete autenticarvi direttamente attraverso il vostro account Twitter e migliorare il modo di fruire la mole di informazioni a cui ogni giorno siamo sottoposti.Ve lo consiglio, vivamente.

Social network: l’esasperazione dei numeri

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Non ho idea di cosa stia succedendo ma l’iniziale fervore nei confronti dell’evoluzione del web si colora ogni giorno di nuove fratture. Ne avevo già dato un’anticipazione la scorsa settimana. Questa volta lo spunto nasce da un post di Seth Godin che affronta per l’ennesima volta la questione del numero di Dunbar o regola dei 150. Si tratta del numero di componenti di una rete sociale che possiamo seguire cognitivamente e con cui riusciamo ad interagire.

In tutti gli altri casi la natura delle relazioni è qualcosa di diverso. La morbosa volontà di accrescere la propria rete sociale, al di là della necessità di aumentare le fonti di informazione personale, alquanto improbabile e limitata, può essere spiegata come una sorta di primato del numero sulla parola, della presenza sulla consistenza.

In quest’ottica riesco a giustificare le mie perplessità sulla relativa impossibilità tecnica che i nuovi strumenti hanno nella determinazione della permanenza e della qualità dei contenuti. La quantità ha soppiantato, o sta lentamente soppiantando, la qualità nella pratiche di socializzazione degli individui. Alla stregua della produzioni in serie di oggetti.

La repentinità con la quale le conversazioni si spostano da un argomento all’altro richiede una presenza continua, costante, attiva perchè se ne possa far parte. La presenza diventa prerogativa nella partecipazione, nel coinvolgimento, nella determinazione stessa degli argomenti. Al punto che una discussione è condivisa nella sua attualità ma diventa insignificante nel momento in cui i partecipanti sono attratti da nuovi stimoli.

C’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare? O la necessità “impellente” di produrre, postare, uploadare di stampo industriale va applicata anche alla gestione delle relazioni interpersonali? La mole di informazioni che produciamo non rischia di precludere l’accesso a contenuti di cui avremmo effettivamente bisogno?

Al momento non saprei rispondere. Penso, spero, possa farlo tu per me.

Twitter, voglio scrivere in prima persona

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Voglio scrivere in prima persona. E’ un pensiero che mi assilla da tempo. Da quando partecipo ai media sociali, da quando i miei followers mi indicano che è sbagliato pensare in prima persona e mi indirizzano verso un impersonale e condiviso ascolta, legge, pensa…Una terza persona che non mi calza.

Mi chiedo perchè? Non c’è una risposta, mi piace pensare che faccia figo, sia cool. O forse è semplicemente estetica del suono. La tendenza crea abitudine, diviene consuetudine, si evolve in prassi. Un punto su cui non ho mai cambiato idea è che la consuetudine non giustifica la continuazione, quantomeno non la impone. Trovo che sia alquanto squallido che la partecipazione e la condivisione di pensieri, interessi, idee in rete debba essere veicolata attraverso il proprio clone. Se inizialmente questo distacco non viene percepito, col tempo si arriva a pensare con gli occhi di un altro, una copia alla quale si da voce. La si osserva nella sua evoluzione, la si vede socializzare, discutere, quasi fosse un’estensione parallela della propria personalità. Una sorta di depersonalizzazione attenuata.

Luca rilegge la “Trilogia Nera” di Màlet, pensa che la politica d’Israele sia assolutamente da biasimare, ascolta i Radiohead, Luca è triste, Luca è felice e così via.

Che si tratti di un aggiornamento di stato su Facebook, di un tweet o quant’altro l’espressione forma, determina, indica, da senso al significato. Voglio farlo Io non che sia il mio simulacro.

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Twitter, non importa come lo dici

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Twitter, di cosa si tratta? In molti già lo conoscono, i più integrati, ma non tutti. D’altronde la moda del momento si chiama Facebook. La creatura di Mark Zuckerberg ha saturato l’attenzione globale su se stessa come una diva ingorda dei flash dei paparazzi. Tutti ne parlano, chi più chi meno coscientemente ed intelligentemente. Resta il fatto, questo è da riconoscerlo, che FB ha rivoluzionato il modo di pensare e vivere la rete. E di riflesso anche molte altre applicazioni avranno il loro momento di gloria.

Il 2009, potrebbe essere anche l’anno di Twitter. Le previsioni di crescita, d’altronde, sono incoraggianti. Twitter è una piattaforma di microblogging, un rivelatore degli interessi e del fare della gente che ruota attorno alla domanda “What are you doing?”, “Cosa stai facendo?”. Ma se pensate che si tratti di uno strumento per soli bloggers dovete ricredervi. Twitter risulta uno strumento molto più interattivo rispetto ad altri competitor, FB su tutti, più veloce e meno invasivo. La chiave del successo di Twitter sta nella brevità, in quei 140 caratteri con i quali si traccia il lifestreaming, lo scorrere della vita delle persone. Non bisogna necessariamente saper scrivere. Il successo è regolato dalla partecipazione e da come si contribuisce allo sviluppo della comunità.

Non importa come lo dici. La creazione di rapporti saldi e remunerativi in termini di conoscenza si basa sulla condivisione degli interessi. Ed in questo, Twitter ha dalla sua la velocità d’utilizzo, la brevità del messaggio, una relativa discrezione e la possibilità di raggiungere facilmente migliaia di persone.

La costruzione del consenso e del successo in rete, sia che si tratti di un’azienda che di un individuo, dipende dalla disponibilità ad aprirsi alla rete, a parlare “sinceramente”. L’attenzione per i contenuti verrà da se. Facilitata magari da un tweet che linka verso blog, un quotidiano, un’azienda.

Il cerchio si chiude quando la conversazione crea fiducia e stimola l’interesse.

Foto | Flickr

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Sesso elettrico, un chip stimola il piacere sessuale

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Alcuni scienziati stanno sviluppando un chip elettronico che stimola i centri del piacere sessuale nel cervello. Un dispositivo che impiantato nel cervello possa risvegliare la virilità e il desiderio sessuale. Pensavo, meglio dire speravo, si trattasse semplicemente dell’ennesima bufala della rete, un divertente scherzo pre-natalizio. Invece nulla di fatto, la notizia è vera, documentata e preoccupante.

La tecnologia che si sta sviluppando è già utilizzata in America nel trattamento del morbo di Parkinson. Ma sembra che si possa adattare il sistema anche per la stimolazione del piacere sessuale. La ricerca, ufficialmente, si rivolge a chi soffre di problemi sessuali invasivi, speriamo. Ma come è successo per il viagra, non è detto che si possa realizzare una diffusione anche tra individui che non ne abbiano bisogno. Il Professor Tipu Aziz, collaboratore di Morten Kringelbach dell’università di Oxford, fa sapere che ci vorranno almeno dieci anni prima che il chip possa essere impiantato nel cervello e possa funzionare.

A quanto sembra alcuni anni fa uno scienziato ha installato in una donna con una scarsa grinta sessuale un dispositivo del genere trasformandola in una vera e propria bomba sexy. La donna, disorientata dal suo improvviso cambiamento, ha deciso di rimuovere il dispositivo e ritornare alla sua naturale “accidia”.

Se, come è probabile, la macchina stimola sesso verrà realizzata potremo fare a meno dell’immaginazione. E senza alcuno sforzo rimbalzeremo come schegge impazzite tra un sogno metallico ed un pezzo di carne da consumare in fretta. Prima che qualcuno spinga il pulsante OFF.

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Fannullone, quanto tempo sprechi su Twitter?

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tweetwastersVuoi sapere quanto sei “fannullone”? Tweetwasters è un servizio web che il ministro Brunetta saprebbe come utilizzare per scovare dipendenti internet addicted e sfaticati. Se Twitter è diventata una seconda casa, Tweetwasters vi saprà dire quanto tempo spendete quotidianamente a postare tweet e ad aggiornare il vostro status.

Basta inserire il proprio username ed il servizio calcolerà in automatico i secondi, le ore, i giorni che avete sprecato sulla piattaforma di micro-blogging. Tweetwasters stima che ogni utente perde, in media, 30 secondi per postare un messaggio e li moltiplica per i tweet postati. Dato che, solitamente, si perde più tempo a leggere i messaggi dei propri amici anzichè scrivere, è probabile che il tempo risultante non sia quello effettivo. Non so quanto possa essere consolatorio per i più assetati di web. Fatevi un giro, il mio risultato è deludente, come suggerisce il sistema, mi dovrò impegnare.

You know, Twitter would fail if everyone used it like you. Only 0.34 hours? C’mon!

Tweetwasters rank: #18175

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Twitter + Blogs = nasce Twitblogs

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Il successo di un’applicazione web si misura, a volte, dalle estensioni che nascono per aumentarne la soddisfazione d’uso e migliorarne efficienza e valore. A parte il successo disarmante di Facebook, anche Twitter negli ultimi tempi, si è meritata l’onore delle cronache, sul web e non solo, grazie alla capacità di trasmettere emozioni, la materialità della vita reale, come alcuni giustamente, lo definiscono, giornalismo delle esperienze (su questo punto ci tornerò con più calma).

Per chi ama Twitter, ma ritiene restrittiva, in termini di caratteri e di possibilità espressive, il limite di 140 battute, nasce Twitblogs, che accomuna in se la velocità di Twitter con la multimedialità di un blog. Twitblogs risolve molti problemi senza stravolgere la logica di Twitter: elimina il limite di 140 caratteri e fornisce la possibilità di inserire tags immagini, oppure video e file audio attraverso gli URL di siti esterni.

Che sia la naturale evoluzione di Twitter? Potete utilizzare lo stesso account di Twitter. Decisamente da provare. Fatemi sapere che ne pensate. Alla prossima.

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Addio al Distretto a Luci Rosse. Google censura Ning

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Chiude il distretto a luci rosse di Ning. Ning ha modificato la propria policy sui networks che mostrano materiale pornografico e contenuti per adulti. La piattaforma, che permette agli utenti di creare il proprio social network privato, dal 1° gennaio 2009 non supporterà i network per adulti.

Il motivo, come sempre, anche se indirettamente, è di natura economica. Al momento, come afferma il CEO Gina Bianchini, Google è l’unico partner commerciale di Ning. Google non inserisce gli adsense sui siti che contengono “pornografia o contenuti per adulti”. E sebbene i network orientati agli adulti costituiscano una porzione ridotta della piattaforma, Ning potrebbe rischiare di essere bannato da Google. La decisione è quindi obbligatoria.

E’ difficile comprendere oggettivamente cosa possa essere definito pornografia da cosa non lo sia. La definizione di Google è ampia e decisamente poco chiara. “Pornography, adult, or mature content“.

Il materiale per adulti, spiega la Bianchini, include la pornografia e le scene di atti sessuali, nudi volgari chiaramente a sfondo erotico, video e foto fetish. Network per nudisti, network d’arte contenenti nudo, network che promuovono il sesso sicuro, network per etero, gay, lesbhiche o transessuali sono esempi di network che non verranno inseriti nella categoria “per adulti”.

Forse bisognerebbe regolamentare in qualche modo il settore. O quantomeno rendere meno discrezionali le definizioni. Dai la tua definizione di materiale per adulti?

Foto | Flickr

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