Multitasking, snack culture e deglutizioni impalpabili

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Non sempre l’equazione un organo, una funzione può valere in maniera universale. Potrebbe rivelarsi una strategia corporea, l’eredità fisica che ci ha permesso di poter comprendere il mondo. Suddividere gli elementi in categorie, assegnado relazioni univoche semplici da comprendere o accettare.

Ma sappiamo che questa unicità di rapporti, oggi, non può regolare l’attività culturale o il consumo di entertainment. La chiamano generazione multitasking riferendosi alle possibilità di gestire in maniera simultanea compiti differenti. Una possibilità resa possibile dalla tecnologia ma che non sempre si traduce in un controllo delle situazioni o degli effetti.

Fotografare una farfalla che si posa sul davanzale mentre si parla con un amico dall’altra parte del mondo ascoltando l’ultimo album dei Muse può essere una routine alla quale siamo abituati un po’ tutti. E se ci aggiungessimo la lettura (o lo studio)  di un manuale di Analisi quale sarebbe il grado di concentrazione che potreemmo dedicare ad ognuna di queste attività?

Chi studia questo argomento fa riferimento ai termini di information overload (sovraccarico informativo) o razionalità limitata (le risorse da dedicare ai processi decisionali). Condizioni per cui l’individuo sarebbe portato a compiere decisioni in maniera automatica o addirittura a compiere azioni immorali.

Facci caso? Quante volte ti sei pentito di aver pubblicato o condiviso contenuti su Facebook? O hai risposto in maniera automatica a degli stimoli?

Sminuzzare, triturare, compattare. E’ una tendenza che il web ha reso inevitabile. Sia per la rapidità nella fruizione dei contenuti che per la capacità di creare continuamente nuovi livelli di astrazione, come dice Seth Godin. Wikipedia è una collezione di fatti che risiedono in altri luoghi, su Facebook non hai i tuoi amici ma storie sui tuoi amici, Google fornisce collegamenti all’informazione, non l’informazione in sè. Certamente l’aumento dei gradi di astrazione di una società rappresenta una crescita nella capacità di comprendersi. Ma l’attivazione di meccanismi che la rendono periodica rischia di trasformarsi in un circolo vizioso in cui la realtà non avrebbe più senso di esistere.

E così, anzichè, masticare briciole di cultura ci ritroveremo ad avvertirne una lontana presenza e a deglutire aria, o poco più.

Facebook: se anche i tuoi amici diventano clienti (o della mercificazione dei sentimenti)

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Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne.

Ma ogni individuo è soprattutto una voce, eco, slogan. Mi dissero di ripeterlo affinché me ne potessi convincere. Mi dissero di condividerlo perché potessero diffonderlo. Mi dissero di negarlo se non fosse stato gradito.

Ne discutevo ieri insieme a @Sara_LovingTW. Condivisione, sapere collettivo, collaborazione sono termini che risuonano diversamente nell’ambiente sociale in cui ci immergiamo ogni giorno. Facebook e le reti sociali online hanno dato un senso nuovo a questi concetti, travisandone l’essenza.

Un tempo le conversazioni nascevano spontaneamente sulla base di stimoli esterni o di necessità personali più o meno indotte. Allo stesso modo era possibile distinguere la gamma di sfumature che un suggerimento poteva assumere. Ne riuscivi a cogliere la partecipazione in un ritornello che faceva ribollire il sangue, la nostalgia di chi ricordava la sigla di un vecchio cartone animato o la paura nell’affrontare una scelta decisiva.

Ma se tutto questo fosse inghiottito nel vortice della promozione personale, se emozioni, voci, singhiozzi diventassero  una concentrazione indefinita di link, immagini e video?  Se la materia della quotidianità  fosse la merce di scambio ancor prima che l’elemento attraverso il quale definiamo le identità o percepiamo gli altri, avrebbe ancora senso distinguere tra amici, conoscenti, amanti?  O dovremmo semplicemente parlare di audience, ascoltatori, pubblico e sezionare la gamma di conoscenze in segmenti ai quali offrire porzioni di brand personale?

La visibilità è diventata il minimo comune denominatore attorno a cui ruotano le interazioni online. L’attualità pretende una presenza che supera la complessità delle gradazioni, siate così cortesi da non ostacolarne il passo.

Vivete in funzione di quanto possiate raccogliere, esponete anche la vostra intimità, se lo desiderate. Ogni amico è anche un cliente. Non dimenticatelo.

Social network: l’esasperazione dei numeri

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Non ho idea di cosa stia succedendo ma l’iniziale fervore nei confronti dell’evoluzione del web si colora ogni giorno di nuove fratture. Ne avevo già dato un’anticipazione la scorsa settimana. Questa volta lo spunto nasce da un post di Seth Godin che affronta per l’ennesima volta la questione del numero di Dunbar o regola dei 150. Si tratta del numero di componenti di una rete sociale che possiamo seguire cognitivamente e con cui riusciamo ad interagire.

In tutti gli altri casi la natura delle relazioni è qualcosa di diverso. La morbosa volontà di accrescere la propria rete sociale, al di là della necessità di aumentare le fonti di informazione personale, alquanto improbabile e limitata, può essere spiegata come una sorta di primato del numero sulla parola, della presenza sulla consistenza.

In quest’ottica riesco a giustificare le mie perplessità sulla relativa impossibilità tecnica che i nuovi strumenti hanno nella determinazione della permanenza e della qualità dei contenuti. La quantità ha soppiantato, o sta lentamente soppiantando, la qualità nella pratiche di socializzazione degli individui. Alla stregua della produzioni in serie di oggetti.

La repentinità con la quale le conversazioni si spostano da un argomento all’altro richiede una presenza continua, costante, attiva perchè se ne possa far parte. La presenza diventa prerogativa nella partecipazione, nel coinvolgimento, nella determinazione stessa degli argomenti. Al punto che una discussione è condivisa nella sua attualità ma diventa insignificante nel momento in cui i partecipanti sono attratti da nuovi stimoli.

C’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare? O la necessità “impellente” di produrre, postare, uploadare di stampo industriale va applicata anche alla gestione delle relazioni interpersonali? La mole di informazioni che produciamo non rischia di precludere l’accesso a contenuti di cui avremmo effettivamente bisogno?

Al momento non saprei rispondere. Penso, spero, possa farlo tu per me.

Le virtù più odiate di Facebook

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Alzi la mano chi non ha creduto, sperato che il web potesse modificare il rapporto delle persone con la cultura, la politica, l’informazione. Facendole diventare in qualche modo “pop”. Se pensavate che le nuove forme di accesso avrebbero potuto garantire una nuova democrazia fondata su di uno spirito critico accresciuto, beh, a malincuore, vi sbagliavate.

Facebook è l’esempio lampante di questa disillusione. Le nostre aspettative sulla possibilità di educare le persone devono fare i conti con una predisposizione individuale che predilige la chiacchiera vuota all’analisi, anche superficiale, di quanto ci circonda.

In qualche modo stiamo assistendo a quello che era già avvenuto nei confronti degli intenti educativi di un certo tipo di televisione. Il gossip (e l’esaltazione del feticcio) sta alla tv commerciale così come il rumore (Quelli che…, Quiz e giochi di ogni genere) sta a Facebook.

Ora, se questo scenario potrebbe apparire deprimente (ed in parte lo è) ci sono spiragli che lasciano presagire possibilità d’intervento in grado di stimolare la partecipazione delle persone anche verso attività meno “leggere”. A differenza della tv la partecipazione sul web è involontaria e libera. Si alimenta da sé indipendentemente da imposizioni dall’alto.

Facebook mette in mostra un modo di stare nell’ambiente digitale che ricalca quasi specularmente le dinamiche sociali della realtà. Una rappresentazione in cui pullulano gossip, chiacchiericcio e talvolta le virtù meno apprezzabili dell’uomo.

Facebook ha avuto il merito di spalancare le porte ad un mondo estraneo al web. Una moltitudine impreparata per un certo verso alle sue qualità ed incapace, anche volendolo, ad utilizzarne al massimo le potenzialità.

In questo scarto, però, risiede una grande speranza. Nello spazio onnicomprensivo di Facebook, infatti, la possibilità di venire a contatto con elementi estranei alla sfera delle proprie abitudini quotidiane potrebbe ricoprire un ruolo fondamentale nel modo in cui le persone si informano.

Emergere dal rumore è arduo ma non impossibile. Sapere che un amico, tradizionalmente estraneo alle vicende politiche italiane, abbia iniziato ad interessarsi alla questione della libertà di stampa grazie agli aggiornamenti ed alle opinioni che riporto giornalmente su Facebook, può avere un significato in merito.

Bisognerebbe rinunciare al giudizio aprioristico “Facebook è male” e pensare che, laddove ci sia qualcuno disposto ad ascoltare, abbia comunque senso essere presenti. Al di la degli estetismi.

ReTweet: il peso specifico di un suggerimento

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La semplicità d’uso è da sempre stata alla base del successo di Twitter. 140 caratteri, alcuni comandi base che ne veicolino i contenuti e creino attività sociale, dal @reply al Direct Message al ReTweet agli #hashtags.

Nel caso del Retweet (RT) non è detto che la funzionalità si possa tradurre necessariamente in qualità, almeno non in tutto. Il comando attraverso il quale rilanciamo una notizia o un aggiornamento di stato pecca di mancanza di spirito critico e riflessività.

Appare più che altro figlio di una tendenza per cui la capacità di amplificazione dello strumento supera o sostituisce addirittura la qualità del contenuto.

Un suggerimento, quale potrebbe essere un retweet, perde sostanzialmente il suo valore. Qual è il suo peso specifico reale?

Ci sono casi in cui il semplice rilancio di una notizia può essere frainteso ed mostrare entusiasmo laddove ci sia disaccordo o viceversa o esprimere la volontà di condividere un’informazione che stimoli le reazioni della comunità.

In questi casi la possibilità di inserire dei commenti sarebbe necessaria. Darebbe una motivazione aggiuntiva in grado di indirizzare le conversazioni verso la riflessione sui contenuti anziché verso una loro automatica propagazione, per quanto giustificata. Probabilmente Twitter ci sta lavorando. Si attendono novità in merito.

Foller.me e scopri chi seguire su Twitter

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Twitter, una realtà nel panorama delle reti sociali. Ma come spesso succede in questi casi il successo diventa il lascia passare per una serie di fastidiosi inconvenienti per gli utilizzatori.

Spam, robot e quant’altro, ogni giorno la casella di posta è invasa da una serie di ammiratori desiderosi di seguire le nostre avventure quotidiane. Ora, sebbene non sia la soluzione definitiva ai vostri problemi di spam, Foller.me vi può dare qualche indicazione per orientarvi nel mare magnum dei tweeps.

Foller.me è una semplice applicazione, semplice ma intuitiva, che vi permette di raccogliere ed analizzare le informazioni necessarie per capire se un utente può essere o meno di vostro gradimento. Personalmente ricambio il follow a chiunque mi aggiunga ai suoi contatti salvo ricredermi o “fare pulizia” nel caso la conversazione non sia piacevole, costruttiva o si tratti di una “bella ragazza” in abiti succinti.

Fooler.me analizza i tweet ed i follower di un determinato utente e ne estrapola alcune informazioni dettagliate come gli ultimi hashtags utilizzati, gli argomenti trattati di recente, la provenienza e gli utenti menzionati con maggior frequenza.

Ovviamente a priori non è mai saggio giudicare (o evitare) ma su Twitter, inevitabilmente, per dare valore alle conversazioni, bisogna decidere, ahimè, chi seguire.

Quando il web non sarà più interessante

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La scorsa settimana Twitter ha aggiornato la sua home page. Apparentemente, un cambiamento impercettibile ma che nasconde grosse differenze di approccio alla rete rispetto al passato.

Se prima, quando nasceva, Twitter era una semplice domanda, What are you doing, oggi, in seguito alla crescita esponenziale dei suoi utilizzatori, si è trasformato in una risposta universale in grado di dirci quello che sta succedendo in rete e nel mondo.

Una trasformazione sostanziale, insomma, da piattaforma per lo scambio di messaggi di stato striminziti, i famosi 140 caratteri, a dispensatore di valuta sociale, come dice Massimo Russo, una sorta di news-streaming che fornisce in tempo reale aggiornamenti e temi del giorno.

Ma se il cambio di rotta sembra dettato dall’utilizzo che ne fanno le persone, la tendenza a trasformarsi in pseudo-piattaforme editoriali, su cui è indirizzato anche Facebook con l’apertura dei profili e dei lifestreaming, potrebbe sminuire l’aspetto puramente sociale dei social network. Ed alimentare, in futuro, l’abitudine dei citizen ad essere turisti del web più che attori responsabili.

Automi che, tra retweet incondizionati, un “Mi piace” o un “Condividi” impulsivi, potranno smarrire lo spirito critico e la propria individualità, trasformando il web in un ambiente inflazionato ed anonimo.

Che sia l’inizio della fine?

Twitter e il giornalista “neofita”

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Twitter sta rivoluzionando il modo di fare informazione. Ne siamo consapevoli, tanto più quanto i media su cui abbiamo fatto affidamento fino ad ora cominciano a parlarne con maggiore interesse ammettendo ritardi e difficoltà di adattamento.

Come spesso accade però anzichè studiarne le potenzialità e trarne gli insegnamenti necessari per migliorare la propria professionalità gli addetti ai lavori hanno preferito evidenziarne carenze e punti deboli. Salvo ricredersi, e l’articolo di Massimo Gaggi ne è la conferma, ed ammettere la necessità di inseguire e “arrancare”.

Una delle principali accuse riservate ai media sociali nei tempi passati riguarda l’attendibilità delle fonti e l’impossibilità di verificarne l’autenticità. Chi utilizza i media sociali da tempo, però, chi li vive e non li osserva esclusivamente da lontano solo per parlarne nel momento in cui diventano argomento d’attualità, sa bene che la credibilità è una qualità che si costruisce nel tempo, qualcosa di riconoscibile dall’occhio “preparato” ed “esperto”.

Per quanti non siano avvezzi a Twitter o ai media sociali in generale suggerisco questo interessante articolo su TwitterJournalism in cui sono elencati una serie di metodi utili per galleggiare nel campo informale del microblogging e verificare l’attendibilità di un tweet: dall’autorità dell’autore alla sua reputazione online, ai tweet contestual o quelli passati fino alla necessità di comunicare direttamente con l’autore.

Risultare degli sprovveduti dell’ultimo momento è molto semplice. E la possibilità di incappare nell’errore è molto alta. Non bastano suggerimenti e manuali for dummies, quanto la necessità di ripensare il proprio ruolo, rimettersi in gioco e fare dell’esperienza e della formazione costante il valore aggiunto su cui fondare la propria professionalità. Sempre che non si preferisca arrancare nel precariato degli esperti dell’ultima ora.

Twitter: seguimi e ti dirò chi sono

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Sembra che le discussioni sull’utilizzo della rete seguano un andamento costante a seconda dell’influenza che esercitano all’esterno. Se fino a poco tempo fa era Facebook ad occupare l’interesse della gente, quantomeno dei media “forti”, ultimamente è Twitter ad essere balzato in testa alle programmazioni di TV e giornali.

Ovviamente l’utilizzo “politico” determinato dalla situazione iraniana ha fatto puntare i riflettori sul servizio di microblogging. Hubspot si interroga sull’essenza di Twitter, “Is Twitter a Social Network?”.

Social network o distributore di contenuti?

La forza di Twitter, probabilmente, sta nella capacità di compenetrare le peculiarità di entrambi. Piattaforma di comunicazione da un lato, utilizzata dalle agenzie e dai media per distribuire rapidamente link e contenuti verso milioni di utenti, social network dall’altro, anche se con graduazioni di partecipazione differenti rispetto alle forme classiche di rete sociale.

Affermare che Twitter stimoli le connessioni “deboli”, però, mi sembra azzardato se si osserva il fenomeno dal punto di vista della qualità delle informazioni condivise. Nel caso di Twitter, infatti, il grado di familiarità delle relazioni, spesso, è inversamente proporzionale alla qualità delle conversazioni. E l’utilizzo che se n’è fatto nel caso iraniano ne è la conferma. Milioni di utenti sconosciuti che condividono passioni, ideali, informazione libera.

Come se esistesse una relazione tra livello di confidenza e disponibilità all’investimento di se stessi nelle conversazioni. Insomma meno ti conosco più ho da farmi notare/apprezzare.

La voce di Twitter ascolta l’Iran

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E’ strano e non fa certamente piacere ritornare a postare in periodi di crisi internazionale, in giorni di lutto e di difficoltà per la democrazia, la libertà personale, la libertà di comunicare.

Sarete certamente informati, più o meno dettagliatamente, di quello che è avvenuto e sta avvenendo in questi momenti in Iran. Ahmadinejad ha vinto le elezioni presidenziali ma l’accusa di presunti brogli elettorali ha provocato la reazione dei sostenitori di Moussavi con la successiva morte di sette civili negli scontri tra manifestanti e polizia.

Informati dicevo, nonostante la censura di Stato ed una circolare del ministero della Cultura che “invitava” i giornalisti non accreditati a non seguire le manifestazioni di piazza. Nonostante ciò la potenza di Twitter, anche questa volta, come in passato, si è rivelata determinante per la continuità nel servizio di comunicazione ed informazione. Così come era successo in occasione dell’attentato di Mombai, più recentemente in occasione del terremoto in Abruzzo Twitter è diventato un mezzo di comunicazione indispensabile, l'”unico” mezzo, se anche il capo dell’opposizione Moussavi arriva a chiedere dalla sua pagina Twitter di procrastinarne lo stop programmato per la notte di ieri per la manutenzione.

I gestori della piattaforma hanno deciso di rimandare la manutenzione. Resta da chiedersi se sia naturale, normale e democratico che uno “strumento” nuovo, fondamentalmente informale e istintivo possa essere l’unico mezzo di comunicazione di un paese di cui si chiede l’ingresso nell’Unione Europea. O abbiamo dimenticato i valori su cui si fondano le nostre democrazie o necessità diplomatiche “superiori” ci impediscono di discernere la giustizia dal profitto.

Cory Doctorow elenca alcune regole per aiutare i manifestanti che in Iran usano Twitter per comunicare tra loro e scambiarsi informazioni.