Feticci e altre cose da condividere su Facebook (e non solo)

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Non c’è più differenza: sia che tu abbia perso il lavoro, sia che ti stia chiedendo perché la tua donna non si sia presentata sull’altare o che ti stia interrogando sull’inconsistenza dell’Inter di quest’anno.

Modificare uno status su Facebook, rilanciare o sostenere una causa su Twitter scandiscono i tempi e danno valore alla partecipazione emotiva al flusso di informazioni e update.

Le nuove possibilità tecniche hanno rivoluzionato la percezione delle esperienze trasformandole in un guazzabuglio indefinito di momenti ugualmente importanti. Ugualmente privi di senso. Un eterno spettacolo di oggetti da portare alla ribalta.

Condividere è la superficie sulla quale poggiamo relazioni, siano esse sociali, economiche o di altro genere. I riflettori della visibilità continua ne destabilizzano la carica emotiva al punto da eliminarne qualsiasi gradazione di valore. Qualsiasi distinzione.

Cosa è più importante di cosa? Cosa, di noi, ha veramente valore per noi? L’eterno stato di ribalta al quale consegniamo porzioni di vita non farà altro che atrofizzare la percezione di quello che abbiamo vissuto. E trasformare la vita nel feticcio di sé stessa. Forse mi sbaglio. Lo spero. Nel caso peggiore avremo almeno qualcosa in cui credere.

Ti stanno osservando. Ora puoi decidere

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Stai camminando per la strada o in una delle tante cattedrali del commercio. Avverti che c’è qualcosa che ti scruta. Osserva curiosa e famelica qualsiasi elemento che possa segnalare un’interruzione nella tua normale attività mentale.

Un’inflessione insolita nella voce, il piede che arranca, sospeso tra il procedere e il tornare indietro. Qualcosa che possa attivare il tuo desiderio di acquisto. Non aver paura.

Anche se ancora non te ne rendi conto non sei solo un obiettivo. Non è più un tiro al bersaglio. Probabilmente non lo hanno capito neanche loro, le marche. Sei più importante di quanto credi. O di quanto ti abbiano fatto pensare fino ad oggi.

Alcune settimane fa Seth Godin in un post intitolato You’re famous, ricordava alle aziende di iniziare a trattare i clienti come tali. I social network stanno ridimensionando le leve contrattuali delle relazioni cliente/azienda.

Inizia a prenderne coscienza e comportati di conseguenza. Non dimenticarlo.

Who follows who? Non bastano 140 caratteri per avere dei followers

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Termini, significati, linguaggi del web finiscono sempre più spesso per influenzare l’immaginario comune. In questo senso devo dire che è illuminante l’utilizzo del concetto di follower preso in prestito da Twitter ed utilizzato per la promozione della maratona Nike che si terrà a Buenos Aires, Intertwitter.

Il concept. Vuoi essere seguito senza correre? Una cosa è avere dei followers online. Un’altra essere seguiti nel mondo reale. Rimettiamo le cose in chiaro.

Nike We Run Buenos Aires - "Who follows who?" Challenge from BBDO argentina on Vimeo.

Se non fosse dall’altra parte del mondo sarebbe stimolante capire chi segue chi.

Salviamo il mondo con un click. O più di uno

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Il progetto è ambizioso. Il processo lineare e chiaro:

1) leggi, commenti, condividi

2) acquisisci punti

3) converti in denaro i crediti ottenuti

4) puoi donare il denaro ad associazioni di volontariato o enti nonprofit

L’iniziativa, denominata “Worldshares”, s’inserisce all’interno della piattaforma Mother Nature Network, un progetto editoriale nato per informare le persone su pratiche e atteggiamenti utili a migliorare il mondo.

Worldshares è un sistema che permette di riconoscere ogni tipo di attività all’interno della piattaforma e convertire le azioni in donazioni “reali” nei confronti di associazioni nonprofit.

Quando ci muoviamo all’interno del network, una via di mezzo tra social network e  piattaforma di contenuti, acquisiamo crediti in base alle azioni che svolgiamo:

- 20 punti per l’upload di video

- 20 punti per pubblicare un post su tematiche “green”

- 5 punti per ogni commento

iscrizione alle newsletter, condivisione su Twitter o Facebook di articoli e così via.

I punti sono come dollari. Ogni 100 punti è possibile ottenere una quota da donare ad un’associazione tra le tante impegnate in attività sociali o a salvaguardia del pianeta. Qui la lista delle iniziative che è possibile sostenere.

Vi chiederete come sia possibile convertire un’attività virtuale in soldoni e sostenere economicamente un programma di questa portata. Beh è la domanda che mi sono posto anche io.

Il progetto si basa fondamentalmente sul traffico generato e quindi sulla capacità di attrarre sponsor e pubblicità. Più utenti partecipano attivamente, maggiori saranno i proventi, maggiore sarà il numero e la portata delle donazioni.

Dateci un’occhiata ma non pensate che la partecipazione sia sinonimo di attivismo. Anche se per la nostra coscienza potrebbe essere sufficiente. Non basta un click per essere più buoni.

Internet: la mediocrità è solo un danno collaterale

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Facebook InfographicInternet può veramente migliorare la società? E su quali metriche possiamo basare i nostri giudizi di valore?

Ogni giorno miliardi di contenuti vengono creati e condivisi sui social network, da Facebook a Twitter a Youtube. Un flusso interminabile di link, post, video, foto che viene avvertito da più parti come un pericolo, un agente paralizzante per le capacità cognitive del singolo e la formulazione di una sana coscienza sociale.

Se si osserva il passato, la maggiore capacità di diffusione tecnica dei contenuti ha di solito portato alla creazione di materiale che non sempre coincideva con i canoni o le aspettative dei modelli culturali che lo avevano preceduto.

Lo fa notare Clay Shirky che in un bell’articolo sul Wall Street Journal ricorda anche come l’intuizione della rivoluzione scientifica sia stato il “peer review”, l’idea che la scienza fosse uno sforzo collaborativo che presupponeva la condivisione e la partecipazione di tutti.

La moltiplicazione dei libri, frutto dall’invenzione della stampa, per esempio, ha portato alla proliferazione della narrativa erotica. Una conseguenza inevitabile che non ha fiaccato la forza della letteratura o la sua funzione formativa nei confronti della società.

La mediocrità è una conseguenza naturale dell’aumento della libertà. E’ un rischio necessario. Così come è inevitabile che l’abbondanza abbia maggiori controindicazioni rispetto alla scarsità.  E’ solo una questione di numeri e probabilità.

Come possiamo orientarci ed evitare che l’abbondanza diventi un ostacolo all’acquisizione delle informazioni corrette? Qual è il rimedio alla distrazione di cui potremmo essere vittime?

A mio modo di vedere la risposta sta nella  creazione di strutture culturali e istituzioni che sappiano guidare la società verso nuovi modelli di apprendimento e sappiano garantire la gestione dell’abbondanza. Norme, educazione e adesione al cambiamento. Tutto qui. Arroccarsi in posizioni antiliberali non porterà a nulla. Semmai potrà ritardare l’incontro con il progresso.

La mediocrità è solo un danno collaterale necessario. I risultati non potranno far altro che oscurare le preoccupazioni attuali di quanti ancora indentificano la novità con il male. A questo proposito mi piace ricordare che “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior“.

Web, democrazia e altri passatempi del potere

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Sabato 29 maggio, Firenze. Si parla di web e democrazia. Parlarne, per lo meno, non lascia in bocca l’amaro delle occasioni mancate. Nessun rimpianto, anche se il leitmotiv, all’esterno, sembra quello di un generale lassismo, come se la convinzione fosse quella (non così remota, a mio modo di vedere) che le cose si risolveranno con un nulla di fatto. Nonostante tutto.

La rete può veramente influenzare il modo di fare politica? O per essere ancora più utopistici può aiutarci a cambiare il mondo? Se, come spesso avviene, la rete, intesa come luogo altro del creare relazioni, segue le dinamiche dei salotti politici è difficile che qualcosa di diverso accada .

Esistono tre aspetti sui quali riflettere:

accesso, creazione dei contenuti e loro diffusione.

Limitare le potenzialità di uno solo dei tre creerebbe uno squilibrio nelle dinamiche di circolazione della verità tale da agevolare il gioco di chi detiene il potere.

Una situazione in cui la disparità fra le parti in gioco permetterebbe di controllare (o deviare) agevolmente il modo in cui viene creata o diffusa l’informazione. Come ricorda Zambardino il filtro è una tentazione latente dell’establishment. Al di là di quale aspetto vada ad interessare. In Italia si cerca di colpirli in maniera indifferenziata (vedi quiqui).

Secondo Marco Pratellesi “la disintermediazione può essere utilizzata dalla politica per evitare il giornalismo scomodo e creare un rapporto diretto col cittadino” .

Senza centri di controllo o contraddittorio, l’informazione diventerebbe una pratica vuota, sterile propaganda.

Il nocciolo della questione (e del dibattito) si sposta sulla necessità della trasparenza dei dati pubblici.  Il potere pubblico ha il dovere della trasparenza – Zambardino.

Il buon esempio viene dalla Svezia, uno dei pochi paesi che pubblica online gli stipendi dei politici. Ma come fa notare ironicamente Magnus Eriksson: “il buon cibo è il frutto di una cultura che viene dalla terra (l’Italia). Noi siamo bravi in altro“. Probabilmente dovremmo disimparare l’arte della cucina e dedicarci a qualcosa di più determinante per il nostro futuro di cittadini consapevoli e di uomini liberi.

Media sociali e business, c’è ancora molto da imparare

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Apriamo una pagina fan su Facebook o un blog? Attiviamo un account Twitter o un brand group su LinkedIn?

Utilizzare i social media per comunicare e promuovere la propria attività è una necessità avvertita da molti. Ma spesso la loro adozione è vissuta come adesione ad una tendenza, non come una strategia con regole e dinamiche definite differenti da quelle del marketing tradizionale.

Ancor prima di discutere su quali strumenti utilizzare vi sono argomenti che un’azienda dovrebbe affrontare a vari livelli.

I social media esigono trasparenza. Perché possano funzionare devono poter essere il riflesso di una cultura aziendale condivisa. Il rischio sarebbe quello di osservare dei rami spogli al momento del raccolto.

Uno dei principali difetti che mi capita di notare quando si affrontano interrogativi di questo genere è che Facebook o Twitter siano considerati come l’ennesimo “tranello” per invadere uno spazio con la propria immagine.

I social media sono disposizione all’ascolto, richiedono un cambiamento nella cultura aziendale tale da annoverare l’umiltà come una condizione di cui non ci si debba vergognare.

Cosa significa trasparenza? In un ambiente in cui le persone (non i clienti) hanno sempre maggiore centralità, le aziende dovrebbero pensare ed agire come individui, scoprire un atteggiamento più umano. Rivalutare la propria presenza in relazione alla reputazione acquisita, avviare attività, anche procedurali o di rivisitazione dell’offerta, che migliorino il prodotto e costruiscano fiducia attorno al brand.

Se in passato l’azienda era quello che comunicava, nel futuro prossimo dovrà mostrare quello che realmente è. Soprattutto quando la seduzione, se non l’inganno, della pubblicità tradizionale non avranno più alcuna influenza sulle decisioni di acquisto (ci siamo quasi).

Un po’ d’utopia. Marketing aziendale e personal branding saranno due facce della stessa medaglia. Singolo individuo (cliente o lavoratore interno) ed azienda si identificheranno. Sempre che a monte esistano le condizioni (valori aziendali positivi, disponibilità ad ascoltare, autocritica ed attenzione alla qualità del prodotto)  che spingano il primo, dall’impiegato alla donna delle pulizie, a promuovere, scommettere sui valori di cui un’azienda è portatrice. Se ancora si pensa che “si potrebbero simulare conversazioni e commenti positivi tra account fake?” ci sarà ancora molto da lavorare.

Vi suggerisco la lettura di questa interessante intervista a Massimo Cavazzini, Web manager in 3 Italia.

Cadmus organizza il tuo flusso di informazioni

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Oramai sarete abituati al concetto dell’information overload. Figuratevi cosa potrebbe accadere se, come è successo a me negli ultimi tempi, impegni di lavoro e non vi tengano lontani dalla navigazione. Sareste obbligati a scorrere pagine e pagine, tra feed, update e quant’altro. Sempre che non decidiate di resettare giorni di notizie e ricominciare da zero.

In caso contrario potete utilizzare Cadmus, un tool web based che permette di aggregare feed RSS, tweet e aggiornamenti di Friendfeed, organizzare lo stream di informazione e mostrare i contenuti più rilevanti pubblicati dall’ultimo accesso al servizio. Non si tratta del solito aggregatore di notizie.

Come funziona? Le informazioni su uno stesso argomento vengono nidificate e raggruppate in conversazioni alle quali si può accedere dalla notizia più importante presente in cima.

Sulla barra laterale inoltre potrete trovare un modulo che visualizza le “Trending conversations” (suddivise per fascia temporale) ed uno dedicato ai “Personal trending topics”, gli argomenti di cui la rete ha maggiormente discusso dal vostro ultimo accesso.

Utilizzare Cadmus è molto semplice. Potete autenticarvi direttamente attraverso il vostro account Twitter e migliorare il modo di fruire la mole di informazioni a cui ogni giorno siamo sottoposti.Ve lo consiglio, vivamente.

Esplorare significa ancora cercare?

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La tecnologia sta cambiando le nostre abitudini. E nel tempo capacità che davamo per scontate finiscono per risultare lontane, estranee addirittura avverse. Lo stesso vale per il web.

Un tempo l’esplorazione presupponeva capacità di ricerca, combinazioni, prove, errori. Alla stregua delle pratiche dell’uomo primitivo l’esperienza nell’ambiente digitale era paragonabile alla caccia, dove la predisposizione e l’intuito risultavano determinanti per conseguire il risultato sperato.

Ma l’innovazione se da un lato ci spinge verso il futuro, dall’altro lo fa a discapito delle nostre capacità di elaborazione. Social network, servizi di microblogging, feed RSS ed aggragatori vari che dovrebbero permetterci una consultazione rapida, lineare ed organizzata delle informazioni in rete, giorno dopo giorno, riducono la nostra capacità di procurarci quello di cui abbiamo bisogno. Offrendoci quello che altri, amici, infomediari, opinion leader hanno scelto per noi.

Deleghiamo funzioni in cambio di una comodità che ci permetta di controllare il mondo. E che l’eccesso di informazioni renderebbe altrimenti alienante.

Questo compromesso potrà ricompensarci di quello a cui inevitabilmente rinunciamo quotidianamente? Il piacere della scoperta. Io penso di no.

Privacy: perchè non seguire i consigli di Facebook

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A partire da oggi accedendo al social network gli utenti verranno introdotti, attraverso un processo guidato, nella ridefinizione e nell’aggiornamento delle impostazioni della privacy.

Tre semplici passi in cui Facebook illustrerà quali saranno i cambiamenti principali e quali scelte compiere per salvaguardare la propria privacy. Alcuni suggerimenti dai quali emerge la volontà/necessità di Facebook di spingere gli utenti a condividere gli aggiornamenti di stato e i contenuti in maniera pubblica.

Qual è il motivo di questa nuova politica? Non è una questione di privacy. Anzi.

Read Write Web fa addirittura riferimento ad Orwell per descrivere il linguaggio utilizzato da Facebook per promuovere il cosiddetto “Privacy Transition Tool”. E’ risaputo infatti come da tempo Facebook stia spingendo per accrescere l’accessibilità dei contenuti condivisi dagli utenti anche dall’esterno.

Perchè? Beh, le motivazioni sono enormi, aumento del traffico, possibilità di utilizzo dei contenuti da parte di aggregatori o sviluppatori. E, per quanto Facebook si ostini a smentirlo, una miriade di informazioni da offrire alla pubblicità. Ed ora che anche Google si apre ai social network le potenzialità divengono illimitate.

Condividere link, video, eventi, informazioni con tutti, così come suggeriscono di fare da Facebook in virtù di una migliore esperienza d’uso, avvicinerebbe il social network a Twitter.

“New Tools to Control Your Experience” recita il post sul blog di Facebook che esorta al cambiamento. Un’attenzione per la privacy mascherata da call to action inconsapevole. In passato infatti solo il 15-20 % degli utenti ha impostato regole per la privacy. Il che significa che presumibilmente circa 280 milioni di utenti seguiranno i “consigli” di FB impostando su “Everyone” (condividi con tutti pubblicamente) i livelli di accesso a status update e link.

Sempre che la rete non smentisca le previsioni e si dimostri consapevole e preparata. Ahimè, ne dubito.