Esplorare significa ancora cercare?

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La tecnologia sta cambiando le nostre abitudini. E nel tempo capacità che davamo per scontate finiscono per risultare lontane, estranee addirittura avverse. Lo stesso vale per il web.

Un tempo l’esplorazione presupponeva capacità di ricerca, combinazioni, prove, errori. Alla stregua delle pratiche dell’uomo primitivo l’esperienza nell’ambiente digitale era paragonabile alla caccia, dove la predisposizione e l’intuito risultavano determinanti per conseguire il risultato sperato.

Ma l’innovazione se da un lato ci spinge verso il futuro, dall’altro lo fa a discapito delle nostre capacità di elaborazione. Social network, servizi di microblogging, feed RSS ed aggragatori vari che dovrebbero permetterci una consultazione rapida, lineare ed organizzata delle informazioni in rete, giorno dopo giorno, riducono la nostra capacità di procurarci quello di cui abbiamo bisogno. Offrendoci quello che altri, amici, infomediari, opinion leader hanno scelto per noi.

Deleghiamo funzioni in cambio di una comodità che ci permetta di controllare il mondo. E che l’eccesso di informazioni renderebbe altrimenti alienante.

Questo compromesso potrà ricompensarci di quello a cui inevitabilmente rinunciamo quotidianamente? Il piacere della scoperta. Io penso di no.

Twitter e il giornalista “neofita”

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Twitter sta rivoluzionando il modo di fare informazione. Ne siamo consapevoli, tanto più quanto i media su cui abbiamo fatto affidamento fino ad ora cominciano a parlarne con maggiore interesse ammettendo ritardi e difficoltà di adattamento.

Come spesso accade però anzichè studiarne le potenzialità e trarne gli insegnamenti necessari per migliorare la propria professionalità gli addetti ai lavori hanno preferito evidenziarne carenze e punti deboli. Salvo ricredersi, e l’articolo di Massimo Gaggi ne è la conferma, ed ammettere la necessità di inseguire e “arrancare”.

Una delle principali accuse riservate ai media sociali nei tempi passati riguarda l’attendibilità delle fonti e l’impossibilità di verificarne l’autenticità. Chi utilizza i media sociali da tempo, però, chi li vive e non li osserva esclusivamente da lontano solo per parlarne nel momento in cui diventano argomento d’attualità, sa bene che la credibilità è una qualità che si costruisce nel tempo, qualcosa di riconoscibile dall’occhio “preparato” ed “esperto”.

Per quanti non siano avvezzi a Twitter o ai media sociali in generale suggerisco questo interessante articolo su TwitterJournalism in cui sono elencati una serie di metodi utili per galleggiare nel campo informale del microblogging e verificare l’attendibilità di un tweet: dall’autorità dell’autore alla sua reputazione online, ai tweet contestual o quelli passati fino alla necessità di comunicare direttamente con l’autore.

Risultare degli sprovveduti dell’ultimo momento è molto semplice. E la possibilità di incappare nell’errore è molto alta. Non bastano suggerimenti e manuali for dummies, quanto la necessità di ripensare il proprio ruolo, rimettersi in gioco e fare dell’esperienza e della formazione costante il valore aggiunto su cui fondare la propria professionalità. Sempre che non si preferisca arrancare nel precariato degli esperti dell’ultima ora.

Twitter: seguimi e ti dirò chi sono

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Sembra che le discussioni sull’utilizzo della rete seguano un andamento costante a seconda dell’influenza che esercitano all’esterno. Se fino a poco tempo fa era Facebook ad occupare l’interesse della gente, quantomeno dei media “forti”, ultimamente è Twitter ad essere balzato in testa alle programmazioni di TV e giornali.

Ovviamente l’utilizzo “politico” determinato dalla situazione iraniana ha fatto puntare i riflettori sul servizio di microblogging. Hubspot si interroga sull’essenza di Twitter, “Is Twitter a Social Network?”.

Social network o distributore di contenuti?

La forza di Twitter, probabilmente, sta nella capacità di compenetrare le peculiarità di entrambi. Piattaforma di comunicazione da un lato, utilizzata dalle agenzie e dai media per distribuire rapidamente link e contenuti verso milioni di utenti, social network dall’altro, anche se con graduazioni di partecipazione differenti rispetto alle forme classiche di rete sociale.

Affermare che Twitter stimoli le connessioni “deboli”, però, mi sembra azzardato se si osserva il fenomeno dal punto di vista della qualità delle informazioni condivise. Nel caso di Twitter, infatti, il grado di familiarità delle relazioni, spesso, è inversamente proporzionale alla qualità delle conversazioni. E l’utilizzo che se n’è fatto nel caso iraniano ne è la conferma. Milioni di utenti sconosciuti che condividono passioni, ideali, informazione libera.

Come se esistesse una relazione tra livello di confidenza e disponibilità all’investimento di se stessi nelle conversazioni. Insomma meno ti conosco più ho da farmi notare/apprezzare.

Giornalismo e media partecipativi: voci, strumenti, prospettive

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Se il prossimo 23 giugno vi trovate nei pressi di Roma non rinunciate ad un’interessante incontro sul giornalismo e sui media partecipativi. Avrei voluto tanto parteciparvi ma impegni di lavoro mi impediscono di esserci.

L’appuntamento, che si terrà nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana – Sala Walter Tobagi – Fnsi, Corso Vittorio Emanuele II n. 349, sarà l’occasione per tracciare la situazione di quello che spesso definiamo come citizen journalism e porre le basi per la creazione di una piattaforma che ne possa aumentare l’integrazione fra gli attori in campo e di conseguenza possa svilupparne ulteriormente le potenzialità.

Quali sono le relazioni tra citizen journalism e giornalismo professionale? In Italia è possibile una loro integrazione? Chi sono i principali attori del settore? L’incontro, organizzato da Bernardo Parrella, un “amico” conosciuto grazie ai media sociali, in collaborazione con Lsdi e Federazione Nazionale italiana della stampa, sarà l’occasione per rispondere a queste e numerose altre domande.

Vi rimando al sito di Lsdi per il programma completo. Qui invece il volantino dell’evento, qui l’evento su Facebook.

Questa è bella, Twitter ci rende immorali

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Non manca occasione per meravigliarsi di quanto la società sia impegnata a descrivere gli effetti negativi dei media sociali sui nostri comportamenti. Il peccato di lesa moralità però sembra effettivamente esagerato.

Se nei giorni scorsi ci si poteva meravigliare delle scoperte circa gli effetti di Facebook sui risultati scolastici dei ragazzi (anche se la ricercatrice afferma di aver scovato solo delle connessioni e non risultati scientifici certi) oggi un nuovo studio dimostra che la rapidità dei media sociali, come Twitter per esempio, può confondere la nostra bussola morale.

Secondo lo studio, condotto da Antonio Damasio, direttore del Brain and Creativity Institute dell’University of Southern California,  i media digitali influenzano negativamente alcuni processi mentali. In particolar modo le decisioni che riguardano le situazioni sociali o psicologiche degli altri. Emozioni come l’ammirazione o la compassione richiedono tempi di riflessione ed elaborazione adeguati. Secondo i ricercatori il cervello avrebbe bisogno dai 6 agli 8 secondi per elaborare e rispondere a situazioni psicologiche o sociali di dolore.

Nell’era dell’informazione in tempo reale su web questo tempo può sembrare un’eternità. Il flusso d’informazione, da Twitter a Facebook al real time di Friendfeed, richiede tempi di risposta immediati che potrebbero “avere delle ripercussioni per la nostra moralità”, almeno secondo l’autrice dello studio Mary Helen Immordino-Yang.

Ora, se l’applicazione di turno vi segnala un aggiornamento o un nuovo tweet, non siate impulsivi. Ci sono tanti modi per temporeggiare, una pausa, un caffè, un bicchier d’acqua. Fate un giro su voi stessi e rispondete. Non vorrete mettere in dubbio la vostra moralità, spero? Come dice Luca De Biase, non si può fare a meno di ridere.

Mumbai, dalla rete una prima bozza di storia

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Internet sta raccontando in diretta l’inferno di Mumbai. Attraverso Twitter, Flickr, YouTube l’attacco terroristico alla capitale economica dell’India è stato riportato da cittadini e blogger più o meno professionisti.

Era successo nel caso delle bombe alla stazione di Atocha a Madrid, per lo Tsunami in Indonesia, così come per gli attacchi alla metropolitana di Londra nel 2005. La rete si dimostra oramai matura a testimoniare la realtà, riversando, quasi in tempo reale, messaggi, foto, video, commenti sul terrore di Mumbai.

Un flusso d’informazione dal basso che rafforza il valore del cittadino nella narrazione della realtà e rilancia l’efficacia e l’utilità della rete per il giornalismo. La diffusione di dispositivi digitali (videocamere, fotocamere, cellulari, notebook, palmari) ha permesso una narrazione quanto mai varia, completa, in grado di competere con i media tradizionali.

Una prima bozza di storia raccontata dai cittadini nel momento stesso in cui si consuma la tragedia. Lo chiamano citizen journalism, giornalismo dal basso, tendenza o moda per alcuni, feticismo per altri, passione per molti, forse semplice voglia di raccontare la verità. Niente di più reale.

Il resoconto dell’attacco su GlobalVoices.

Tutti i “pazzi” di Facebook

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Che dire. Un post oggettivo sarebbe impossibile. Ma forse necessario. Dato l’argomento, che mi sta a cuore. Data la mancanza di professionalità di chi ha redatto l’articolo del Corriere e su la Stampa di cui si parla in queste ore sul web e che necessiterebbe un’analisi meno accorata. Se non fosse che le amenità contenute si smentiscono da sole.

Probabilmente chi ha redatto gli articoli non ne sa nulla di social network. O semplicemente si tratta di una provocazione, uno stimolo del vecchio mondo dei media tradizionali che si vendica, un pò ingenuamente, di un mondo a cui, per età, malleabilità, apertura, non può appartenere. Mi piace pensarla in questo modo.

Sembra proprio questo il punto fondamentale dell’informazione tradizionale, incapace di analizzare i contenuti, di vivere le tendenze, di viaggiare di pari passo con le persone di cui dovrebbe parlare. La stampa dipinge Facebook come una “colossale illusione”, un luogo di annientamento delle identità, quasi si stesse analizzando la scena di un crimine efferato. Con la seguente classificazione delle personalità coinvolte.

Il nostalgico, il latin lover virtuale, il cuore infranto, l’insoddisfatto,quelli della pubblicità, quelli con l’alter ego.

Un elenco delle personalità che potete incontrare su Facebook. Come se il mondo, perchè si parla di più di un milione di iscritti, in Italia, 132 in totale, potesse ridursi ad una serie di identità deviate e malate. Se non vi sentite dei “disadattati”, se non avete bisogno di Facebook per sentirvi importanti, se non lo utilizzate come antidoto al senso di vuoto ed alla solitudine, fate sentire la vostra voce. La rete ve ne da la possibilità E non importa che le testate giornalistiche non sappiano ascoltarla. Non lo fanno da tempo e personalmente non ne sento il bisogno.

Gli insulti, perchè di un insulto si tratta, li lasciamo al passato, li lasciamo a loro. A noi pazzi, affetti da disordini di personalità, la certezza di essere il presente. La speranza di essere il futuro. Io Boicotto la stampa.