Power to the people

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Il web ha oramai spostato la propria attenzione verso le persone. In un’ambiente sempre più umano ogni tipo di connessione deve essere centrata sul valore che le persone riescono a creare.

Ma come dare il giusto riconoscimento a chi produce valore? Come fare a ricondurre i contenuti web (siano essi articoli, post o altro) ad uno specifico autore?

Tra le tante novità presentate da Google in questi giorni l’authorship markup si muove proprio in questa direzione. Il principio alla base di questo supporto è proprio quello di dare il giusto risalto alla produzione di contenuti di qualità collegando i produttori con i propri contenuti.

In un web people oriented, infatti, le persone che consultano informazioni e contenuti di qualità dovrebbero allo stesso tempo ricevere maggiori informazioni sull’autore, visualizzare altri contenuti prodotti, interagire con lui.

Per ricondurre i contenuti ad uno specifico autore, Google cercherà informazioni e connessioni tra i contenuti (ad esempio un articolo), la pagina autore (sullo stesso dominio del contenuto) ed il suo eventuale profilo Google.

Cos’è l’authorship markup? Un modo per collegare ed identificare gli autori con i propri contenuti online.

Come funziona? L’authorship markup utilizza alcuni standard rel=”author” o rel=”me” che permettono ai motori di ricerca di identificare i contenuti di uno stesso autore. Basterà inserire nella pagina dell’articolo o del post un link con attributo “rel” e valore “author” che punta alla pagina dell’autore.

Written by <a rel="author" href="https://profiles.google.com/...">Matt Cutts</a>

Allo stesso tempo i link dalla pagina autore verso le risorse create in rete avranno come attributo rel=”me”.

<a rel="me" href="http://mattcutts.com">Read more about Matt</a>

Come verificare? Attraverso il Rich Snippet Tool è possibile verificare se e come le informazioni su di un autore di un sito web vengono visualizzati dai motori di ricerca.

Ricerca in tempo reale. Google anticipa ancora i tempi

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Mentre ancora ci affanniamo a comprendere cosa sia il real time web la grande G anticipa i tempi e presenta la sua nuova creatura, il real time search.

Come si legge attraverso il blog ufficiale di Google, la rilevanza incontra il web in tempo reale per fornire nuove esperienze di ricerca. In poche parole nel futuro prossimo sarà possibile accedere alle informazioni nel momento stesso in cui accadono. Una peculiarità di cui gli utilizzatori di strumenti come Twitter erano già a conoscenza ma che ora Google mette a disposizione del grande pubblico.

Il motore di ricerca andrà a monitorare le informazioni inserite nei social network per fornire in diretta una trasmissione continua di quello che avviene nel mondo. Facendo click su “Latest result” o selezionado “Latest” dalle opzioni di ricerca sarà infatti possibile accedere a tutta una serie di informazioni in tempo reale relative ai termini che abbiamo inserito. Cliccando su “Update” le informazioni provenienti dai servizi di micro-blogging come Twitter o Friendfeed.

Una mole di contenuti enorme, resi disponibili grazie alle partnership siglate dall’azienda di Mountain View con Twitter, Facebook, MySpace, Friendfeed, Jaiku ed Identi.ca.

Per ora il servizio è disponibile solo in inglese. Qui potrete vedere direttamente di cosa si tratta. Ora si attendono novità per quanto riguarda la precisione e la rilevanza dei risultati. Certamente è un bell’inizio. Ma il nostro cervello sarà pronto a gestire questo nuovo modo di accedere all’informazione? Tu cosa ne pensi?

Facebook, solo un lontano ricordo?

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Te lo aspettavi? Ma certo. Era impensabile, e sarebbe stato azzardato per Google non fare altrimenti. Solo una questione di tempo. Nei giorni scorsi Google ha svelato il suo nuovo servizio Google Profiles. Si tratta semplicemente della risposta di Google a Facebook, Twitter o MySpace e il suo ingresso ufficiale nel mercato dei social network.

Google Profiles permette agli utenti di creare un proprio profilo personale con info, esperienze e contenuti e di aggregare le proprie identità online, da Facebook a LinkedIn ad altri.

Quali sono i pericoli?

Le discussioni sui “walled garden” (giardini chiusi), sulla necessità di salvaguardare le informazioni personali e garantire la privacy degli utenti sui social network, sembrano ormai solo un lontano ricordo.

La mia preoccupazione è che l’abitudine all’uso dello strumento (Google Search) possa demolire la poca consapevolezza sui rischi per la privacy e portare le persone ad un uso inconsapevole o consapevolmente azzardato del nuovo strumento (Google Profiles).

Se Facebook, almeno ufficialmente, fa leva sulla necessità degli utenti di ritrovare ex-compagni ed amici e si predispone come sistema chiuso, Google scardina questa filosofia e tenta di creare un sistema sociale aperto puntando direttamente sulla rintracciabilità delle persone.

Ovviamente per consentire alle persone di apparire nei risultati di ricerca bisogna abilitare la ricerca del profilo attraverso il proprio nome. Insomma, come se si rendesse pubblico il proprio profilo Facebook.

Cerco il mio nome e cognome. Ma come, non sono in prima pagina?

Google risponde: “Maggiore è il numero di informazioni che fornisci, più facile sarà per i tuoi amici trovarti.” “Non lasciare che siano le persone a parlare di te”.

Nella prima pagina di risultati appaiono solo quattro profili ed in caso di omonimia vince il più completo. Sei vuoi apparire in maniera rilevante allora deivi dire tutto. Ma proprio tutto. Come dice Massimo Russo, ci mancava una bella asta sulla delazione personale. Più il tuo profilo è completo, più facile sarà per i tuoi amici trovarti, appunto.

Risultato: il controllo sulla tua identità è una pura illusione. E, se siete scaltri e lungimiranti, vi chiederete anche a cosa serviranno tutte queste informazioni. Pubblicità o promozione delle altre applicazioni sociali di Google (Blogger, FriendConnect, Checkout, Picasa)?

P.S: ho attivato anche io il profilo Google ma per ora ci vado cauto. In attesa di novità solo nome, cognome e sito web. Stay tuned.

Editori vs Google, la sfida continua

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Nei giorni scorsi, il presidente della Associated Press, Dean Singleton, ha svelato l’intenzione degli editori di porre un freno all’utilizzo incontrollato dei contenuti editoriali minacciando azioni legali nei confronti di Google e degli aggregatori online.

La storia si ripete. Che si tratti di blogger, motori di ricerca o quant’altro, la soluzione alle crisi ( che siano economiche o politiche) si ripresenta in modo ciclico assumendo i panni del censore o del fustigatore. Ed a farne le spese, come sempre, è la libertà della rete.

Questa volta la necessità di fare cassa degli editori ha trovato il caprio espiatorio di turno nel servizio di Google News ed altri suoi simili. Vediamo di chiarire la situazione.

Il punto della questione.

L’offensiva dei colossi dell’informazione fa leva, come al solito, sul copyright. Sul banco degli imputati gli aggregatori di notizie, che, secondo gli editori, generano guadagni grazie all’utilizzo delle notizie e dei contenuti ripresi dai quotidiani online. La voce degli editori sarebbe: Google utilizza i contenuti senza pagare.

I precedenti.

Nei mesi scorsi, Google aveva rinunciato all’adozione di un software, ACAP, per la protezione dei contenuti online. Il programma permette ai produttori di contenuti di comunicare direttamente ai motori di ricerca in che modo possono essere utilizzati.

La risposta di Google.

Se la questione ruota attorno al rispetto del copyright, bisogna ricordare l’accordo siglato da Google con gli editori per la pubblicazione integrale dei lanci d’agenzia, oltre alla dottrina del fair use (giusto utilizzo) di stampo statunitense, che permette la pubblicazione di brevi estratti di notizie. Come fa notare Danny Sullivan, inoltre, gli editori possono richiedere di non essere indicizzati dai motori di ricerca. Ma in tal caso i rischi sarebbero maggiori dei benefici. La voce di Google: Google indirizza gli utenti verso i siti degli editori e ne garantisce guadagni pubblicitari maggiori.

Come finirà?

La partita è appena iniziata ma la scelta degli editori appare quantomeno contraddittoria. Da un lato infatti Google rappresenta un’opportunità per i giornali. Motori di ricerca e aggregatori garantiscono la visibilità dei quotidiani e ne aumentano il traffico. Dall’altro, secondo gli editori, Google dovrebbe pagare per la pubblicazione dei contenuti sulla propria piattaforma d’informazione.

Bisogna ricordare che Google, almeno per il momento, ha evitato di inserire i propri annunci pubblicitari sul servizio di aggregazione e che dunque su quei contenuti non ottiene direttamente guadagni. In passato, inoltre, gli editori hanno dimostrato di non gradire, o di non voler adottare, il servizio First Click Free, che permette di inserire nell’indice di Google, e garantirne la visibilità necessaria, anche a contenuti a pagamento o con particolari restrizioni.

Probabilmente gli editori dovrebbero indirizzare gli sforzi verso la ricerca di modelli di guadagno positivi anzichè sprecare le risorse nella rincorsa affannosa di pezzi d’informazione di cui si sentono proprietari. Per qualcuno non sarebbe neanche così.

Google o la rete non sono la causa del fallimento dei quotidiani. Bisogna accettarlo ed assumere posizioni meno bellicose e più propositive. Per il bene dell’informazione e dei lettori.


I timori di Google per la privacy nei media sociali

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Rischio privacy per gli utenti dei media sociali. L’espansione dei social network comprometterebbe la privacy degli utenti. I media sociali forniscono un falso senso di sicurezza in quanto le aspettative in termini di sicurezza non rispecchiano l’effettiva garanzia di anonimato.

E’ quanto emerge da un interessante studio dei ricercatori Google, (Under)mining privacy in social networks, per cui ci sarebbero tre macro aree in cui la privacy dei netizen sarebbe compromessa:

  • la mancanza di controllo sull’attività quotidiana, activity stream;
  • link indesiderati;
  • mancanza di anonimato causata dall’interazione dei social network.

Mancanza di Controllo

Per activity stream s’intende l’insieme di azioni con cui interagiamo in rete, aggiornamenti di stato, partecipazioni a cause, eventi, richieste d’amicizia etc…La mancanza di controllo su queste attività si sviluppa in due direzioni: l’utente potrebbe essere inconsapevole di quali attività vengono raccolte e mostrate (ad esempio con applicazioni come Facebook Beacon o coComment), l’utente potrebbe non essere consapevole dell’audience che partecipa e può vedere i suoi aggiornamenti (ad esempio con Google Reader).

Link Indesiderati

L’esempio palese è quello dei trackback. Link indesiderati in rete possono rivelare informazioni su un individuo che non si vuole siano accessibili.

Interazione tra Social Network

Probabilmente si tratta della questione più rilevante. E’ infatti possibile ottenere una grossa dote di informazioni personali attraverso l’analisi incrociata delle informazioni contenuti nei siti di social network.

Le soluzioni proposte dai ricercatori Google ruotano attorno alla richiesta di trasparenza delle applicazioni che dovrebbero garantire all’utente una maggiore consapevolezza d’uso. In particolar modo le applicazioni dovrebbero avvertire circa la creazione automatica degli eventi, quale bacino di utenti può accedere al materiale pubblicato, lasciare all’utente il controllo totale sul materiale pubblicato e la possibilità di rimuoverlo definitivamente, rendere esplicito il funzionamento del sistema.

Chi può accedere ai miei contenuti? Quali informazioni vengono utilizzate da terzi? Posso rimuovere tutte le informazioni pubblicate? E’ utopia chiedere un sistema che risponda ai modelli mentali degli utenti? O che semplicemente risponda a queste domande? C’è ancora molto lavoro da fare.

Per il momento chiunque frequenti i social network, Facebook, twitter, Anobii o condivida informazioni in rete, con Friendfeed, Google Reader o altro, dovrebbe fare attenzione alle informazioni pubblicate. Non è possibile aver un controllo su quello che si dice, su quello che si fa, sulle applicazioni a cui si accede o si partecipa. Ci sono diversi modi perchè il vostro presunto anonimato, o meglio l’attesa di un presunto anonimato, venga disattesa. Consapevolezza, per ora è l’unica difesa ad ogni deriva in attesa di tempi più “sicuri”.

Foto | Flickr

Segugi della conversazione

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Media sociali, quale rivoluzione? Nessuna, in fondo. Il merito dei social network è quello di aver riportato in auge la finalità per cui la rete stessa è nata: mettere in contatto le persone. Poco importa che a discutere siano ricercatori, universitari o gente comune.

Strumenti come Facebook o Twitter hanno riportato la conversazione al centro dell’attenzione,  facilitano il dialogo, la discussione, anche in modo futile. Ma in fondo sono tutti aspetti della socializzazione. Proprio la necessità di seguire la conversazione globale sta alla base dei progetti che portano all’ideazione di motori di ricerca specifici in grado di monitorare ciò di cui si parla.

A dicembre Twithority, motore di ricerca specifico per Twitter, ha dato vita ad un vivace dibattito tra i bloggers in quanto la possibilità di filtrare i risultati sia in base al ranking degli utenti (basato sul numero di followers) sia in base al tempo di pubblicazione sarebbe un elemento destabilizzante per la democrazia di uno strumento come Twitter. Il buzz ruoterebbe sempre ed esclusivamente intorno a pochi nodi.

Un altro strumento in fase di sviluppo, e che a mio modo di vedere potrebbe dare risultati notevoli, si chiama WhosTalkin? Si tratta di un motore di ricerca in grado di ottenere risposte trasversali, multi-piattaforma, da blog, social network e servizi di micro-blogging. WhosTalkin è un ottimo modo per capire di cosa si parla in rete e su quali argomenti ruota la conversazione. Sebbene non ci sia la possibilità di personalizzare le ricerche o salvarle è un progetto da tenere d’occhio.

Siamo un pò tutti segugi della conversazione. Curiosi, non morbosi. Aspettiamoci qualche novità anche da Google, ovviamente.

Data portability: MySpace passa al contrattacco

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Nella guerra a tutto campo contro Facebook, MySpace si propone con alcune novità nel settore del data portability. Un nome nuovo, più accattivante, MySpaceId e due nuovi partner altamente competitivi, NetVibes e Vodafone.

MySpace dice addio a Data Availability e da il benvenuto a MySpaceId. Non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri competitors. Gli utenti potranno infatti loggarsi sui siti partner utilizzando le credenziali archiviate su MySpace, navigare e mostrare il proprio profilo e condividere le informazioni sociali, attività, hobby ed amici.

MySpace ha sposato lo standard aperto, alla stregua di OpenId, OAuth e Open Social. Una differenza cruciale rispetto a Facebook che utilizza un software propretario ma che fa sapere che, in futuro, la sua politica potrebbe indirizzarsi verso l'”open”. Altra differenza sostanziale la collaborazione con Google Friend Connect che Facebook ha ostinatamente rifiutato. Gli utenti possono autenticarsi mediante l’Id MySpace sui siti che hanno implementato Friend Connect.

Per ora la sida è lanciata. La battaglia si combatterà nell’acquisizione dei partner più influenti della rete. Stiamo a vedere cosa succede.

Foto | Flickr

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Addio al Distretto a Luci Rosse. Google censura Ning

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Chiude il distretto a luci rosse di Ning. Ning ha modificato la propria policy sui networks che mostrano materiale pornografico e contenuti per adulti. La piattaforma, che permette agli utenti di creare il proprio social network privato, dal 1° gennaio 2009 non supporterà i network per adulti.

Il motivo, come sempre, anche se indirettamente, è di natura economica. Al momento, come afferma il CEO Gina Bianchini, Google è l’unico partner commerciale di Ning. Google non inserisce gli adsense sui siti che contengono “pornografia o contenuti per adulti”. E sebbene i network orientati agli adulti costituiscano una porzione ridotta della piattaforma, Ning potrebbe rischiare di essere bannato da Google. La decisione è quindi obbligatoria.

E’ difficile comprendere oggettivamente cosa possa essere definito pornografia da cosa non lo sia. La definizione di Google è ampia e decisamente poco chiara. “Pornography, adult, or mature content“.

Il materiale per adulti, spiega la Bianchini, include la pornografia e le scene di atti sessuali, nudi volgari chiaramente a sfondo erotico, video e foto fetish. Network per nudisti, network d’arte contenenti nudo, network che promuovono il sesso sicuro, network per etero, gay, lesbhiche o transessuali sono esempi di network che non verranno inseriti nella categoria “per adulti”.

Forse bisognerebbe regolamentare in qualche modo il settore. O quantomeno rendere meno discrezionali le definizioni. Dai la tua definizione di materiale per adulti?

Foto | Flickr

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Twitter, tra pubblicità, privacy e web semantico

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La sfida è la pubblicità. Indubbiamente i servizi di social network sono potenzialmente un campo d’azione ricco per il marketing e la pubblicità. Ma ancora, Facebook ne è la prova, non si è riusciti ad individuare un modello in grado di garantire ricavi proporzionati al volume di contatti.

Per Nick Bilton, Twitter è una miniera d’oro su cui fondare modelli di business notevoli. La necessità, oggi più di ieri, è quella di consegnare alle persone contenuti intelligenti, “smart” content. Lo stesso vale per la pubblicità. Il modello pubblicitario di Gmail, ad esempio, sembra stantio, inappetibile e poco esatto. Come fa notare Bilton, infatti, se un amico mi manda una mail su una partita di baseball, non significa necessariamente che voglia vedere nella casella di posta una pubblicità su la ESPN.

Twitter, al contrario, può potenzialmente veicolare pubblicità intelligente. Uno sguardo ad un account su Twitter svela le informazioni attuali degli utenti, dove vivo, cosa faccio, cosa leggo, cosa mangio etc. Su Twitter i messaggi pubblicitari potrebbero essere organizzati su quello che sto facendo, sul “what am i doing?“, su quello che sto effettivamente cercando e che voglio vedere. Risultati di ricerca superiori e più accurati di quelli di Google.

La pubblicità potrebbe viaggiare attraverso tweet, raccogliere le “raccomandazioni” pubblicitarie degli utenti basate sui tweet più recenti, mostrare tags e ad links organizzati sui luoghi, sugli interessi, sulle porzioni di testo che posto.

Si potrebbero molte cose e non è detto che si stiano già realizzando. Il dilemma, come sempre, è la privacy, la propria identità. E quale sia il livello di accettazione da parte dell’utente.

Personalmente trovo invasivo e poco trasparente il modello di Gmail. Ma forse la consapevolezza lascia il posto alla necessità d’utilizzo. Figuriamoci qualcosa del genere basata su Twitter e sulla nostra quotidianità. La scelta potrebbe avere conseguenze estreme. Abbandonarsi alla tendenza, consegnando a terzi le proprie abitudini, o rinunciare, ma è impensabile, all’utilizzo del web.

Puoi decidere cosa scegliere? Non penso.

Un motore di ricerca a firma Apple?

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Rumors dalla rete indicano che alla Apple stiano lavorando allo sviluppo di un motore di ricerca. La notizia non è ufficiale, ne confermata. Ma nelle chiacchiere c’è sempre un nocciolo di verità. Secondo le indiscrezioni di Tech Crunch un paio di elementi porterebbero verso una soluzione di questo tipo.

Innanzitutto, il browser di Apple, Safari, che possiede il 6-7% del mercato, utilizza Google per le ricerche sia su sugli standard iPhone che iPod. Ed anche i servizi Mobile Me indirizzano verso i server di Google. Una mole di traffico che potrebbe essere monetizzata diversamente.

Alla Apple non saranno contenti della scelta di Google di entrare in competizione con l’iPhone attraverso il lancio di Android nel settore telefonia. Eric Schmidt, CEO di Google, e direttore presso Apple, potrebbe lasciare la Mela.

Ma per entrare nel mercato dei motori di ricerca servono professionisti che conoscano il settore. E per il momento non ci sono notizie di assunzioni o indiscrezioni di passaggi da un team all’altro. Non è impensabile che l’azienda di Steve Jobs possa buttarsi in questo mercato, anche se la posizione di assoluto monopolio di Google possa scoraggiare l’ingresso di nuovi competitors.

Restano i rumors alimentati forse dalla necessità di Apple di migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti sui supporti mobile. Per il momento il futuro è ancora nel segno di Google. Ma non si può mai sapere. Restate collegati per aggiornamenti.