E tu conosci Global Voices? Sostieni il progetto su Youcapital

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Per chi non lo conoscesse Global Voices è un progetto globale senza fini di lucro di giornalismo partecipativo che ha lo scopo di evidenziare quelle voci e quei luoghi che i media solitamente ignorano.

Una testata-network che racconta la parte inascoltata e non rappresenta del mondo. Il mondo ti parla. Stai ascoltando? – recita, non a caso, il pay-off della testata.

Nonostante l’attività di Global Voices sia riconosciuta ed apprezzata a livello globale, in Italia non è ancora diffusa al grande pubblico. Per sopperire a questa carenza e diffondere il progetto anche nel Bel Paese è possibile sostenere, sulla piattaforma di crowdfunding di Youcapital, l’iniziativa “Comunicare Global Voices Online” e dare il proprio contributo all’informazione.

Con questo finanziamento realizzeremo una serie di 6 eventi pubblici in altrettante città italiane per presentare il progetto complessivo, e lanciare sul territorio iniziative e dibattiti centrati su cyber-attivismo, libertà di espressione, diritti umani, Paesi in via di sviluppo, immigrazione e altre tematiche sociali, politiche e culturali d’attualità.”

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva Qualcuno. Ognuno può fare la sua parte. Se hai fame d’informazione libera e credi che la narrazione dei fatti necessiti una maggiore diversità visita il sito di Youcapital e fai la tua donazione.

Web, democrazia e altri passatempi del potere

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Sabato 29 maggio, Firenze. Si parla di web e democrazia. Parlarne, per lo meno, non lascia in bocca l’amaro delle occasioni mancate. Nessun rimpianto, anche se il leitmotiv, all’esterno, sembra quello di un generale lassismo, come se la convinzione fosse quella (non così remota, a mio modo di vedere) che le cose si risolveranno con un nulla di fatto. Nonostante tutto.

La rete può veramente influenzare il modo di fare politica? O per essere ancora più utopistici può aiutarci a cambiare il mondo? Se, come spesso avviene, la rete, intesa come luogo altro del creare relazioni, segue le dinamiche dei salotti politici è difficile che qualcosa di diverso accada .

Esistono tre aspetti sui quali riflettere:

accesso, creazione dei contenuti e loro diffusione.

Limitare le potenzialità di uno solo dei tre creerebbe uno squilibrio nelle dinamiche di circolazione della verità tale da agevolare il gioco di chi detiene il potere.

Una situazione in cui la disparità fra le parti in gioco permetterebbe di controllare (o deviare) agevolmente il modo in cui viene creata o diffusa l’informazione. Come ricorda Zambardino il filtro è una tentazione latente dell’establishment. Al di là di quale aspetto vada ad interessare. In Italia si cerca di colpirli in maniera indifferenziata (vedi quiqui).

Secondo Marco Pratellesi “la disintermediazione può essere utilizzata dalla politica per evitare il giornalismo scomodo e creare un rapporto diretto col cittadino” .

Senza centri di controllo o contraddittorio, l’informazione diventerebbe una pratica vuota, sterile propaganda.

Il nocciolo della questione (e del dibattito) si sposta sulla necessità della trasparenza dei dati pubblici.  Il potere pubblico ha il dovere della trasparenza – Zambardino.

Il buon esempio viene dalla Svezia, uno dei pochi paesi che pubblica online gli stipendi dei politici. Ma come fa notare ironicamente Magnus Eriksson: “il buon cibo è il frutto di una cultura che viene dalla terra (l’Italia). Noi siamo bravi in altro“. Probabilmente dovremmo disimparare l’arte della cucina e dedicarci a qualcosa di più determinante per il nostro futuro di cittadini consapevoli e di uomini liberi.

Modelli di business per un giornalismo che ancora non c’è (almeno in Italia)

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Quale sarà il giornalismo di domani? E’ la domanda alla quale si è cercato di rispondere al Festival del giornalismo di Perugia. Unica certezza, la necessità di un modello di business che sappia garantire l’autonomia di chi racconta i fatti, da un lato, e possa sostenerne i costi, dall’altro.

Nonostante alcune esperienze positive, come ad esempio quella di Current raccontata da Al Gore, la sensazione è che non solo gli editori non siano pronti ad abbandonare il vecchio modello legato al mondo della carta stampata ma anche nei giornalisti manchi l’intraprendenza necessaria per cambiare rotta.

E Gilioli lo sintetizza chiaramente: “da noi, in Italia, giornalismo e’ ancora consegnare il pezzo e andare a prendere l’aperitivo”.

Probabilmente manca  (si tratta di un costume generalizzato su vari livelli) la consapevolezza che l’innovazione sia un’opportunità da vagliare, quantomeno, ancor prima che una minaccia da cui tenersi a debita distanza.

Al di la delle espressioni ad effetto si respira una certa diffidenza nei confronti del nuovo ma si cerca ugualmente di nominarlo, esaltarlo addirittura, quasi per esorcizzarne lo scontro. Come se il nuovo, identificato erroneamente con il web e i suoi derivati, fosse venuto a rompere le uova nel paniere.

Il giornalismo non è il supporto o il canale sul quale viaggia l’informazione. Giornalismo non è Twitter o Facebook o iPad. Il giornalismo è conoscenza. Oggi ancor più condivisa e smaniosa di essere condivisibile. Gli operatori dovrebbero iniziare ad osare per soddisfare la fame d’informazione e la necessità di “entrare nella notizia” che si avverte nell’aria.

Ovviamente in una  fase di transizione come quella che stiamo vivendo non è semplice analizzare o delineare quali possano essere i modelli perseguibili. Il crowdfunding di Youcapital, Spot.us (replicato in Italia), Dig_IT, per citarne alcuni, sono tentativi interessanti per dare una struttura, più o meno istituzionale, all’attività del fare informazione. Staremo a vedere cosa succede.

Twitter e il giornalista “neofita”

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Twitter sta rivoluzionando il modo di fare informazione. Ne siamo consapevoli, tanto più quanto i media su cui abbiamo fatto affidamento fino ad ora cominciano a parlarne con maggiore interesse ammettendo ritardi e difficoltà di adattamento.

Come spesso accade però anzichè studiarne le potenzialità e trarne gli insegnamenti necessari per migliorare la propria professionalità gli addetti ai lavori hanno preferito evidenziarne carenze e punti deboli. Salvo ricredersi, e l’articolo di Massimo Gaggi ne è la conferma, ed ammettere la necessità di inseguire e “arrancare”.

Una delle principali accuse riservate ai media sociali nei tempi passati riguarda l’attendibilità delle fonti e l’impossibilità di verificarne l’autenticità. Chi utilizza i media sociali da tempo, però, chi li vive e non li osserva esclusivamente da lontano solo per parlarne nel momento in cui diventano argomento d’attualità, sa bene che la credibilità è una qualità che si costruisce nel tempo, qualcosa di riconoscibile dall’occhio “preparato” ed “esperto”.

Per quanti non siano avvezzi a Twitter o ai media sociali in generale suggerisco questo interessante articolo su TwitterJournalism in cui sono elencati una serie di metodi utili per galleggiare nel campo informale del microblogging e verificare l’attendibilità di un tweet: dall’autorità dell’autore alla sua reputazione online, ai tweet contestual o quelli passati fino alla necessità di comunicare direttamente con l’autore.

Risultare degli sprovveduti dell’ultimo momento è molto semplice. E la possibilità di incappare nell’errore è molto alta. Non bastano suggerimenti e manuali for dummies, quanto la necessità di ripensare il proprio ruolo, rimettersi in gioco e fare dell’esperienza e della formazione costante il valore aggiunto su cui fondare la propria professionalità. Sempre che non si preferisca arrancare nel precariato degli esperti dell’ultima ora.

Giornalismo e media partecipativi: voci, strumenti, prospettive

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Se il prossimo 23 giugno vi trovate nei pressi di Roma non rinunciate ad un’interessante incontro sul giornalismo e sui media partecipativi. Avrei voluto tanto parteciparvi ma impegni di lavoro mi impediscono di esserci.

L’appuntamento, che si terrà nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana – Sala Walter Tobagi – Fnsi, Corso Vittorio Emanuele II n. 349, sarà l’occasione per tracciare la situazione di quello che spesso definiamo come citizen journalism e porre le basi per la creazione di una piattaforma che ne possa aumentare l’integrazione fra gli attori in campo e di conseguenza possa svilupparne ulteriormente le potenzialità.

Quali sono le relazioni tra citizen journalism e giornalismo professionale? In Italia è possibile una loro integrazione? Chi sono i principali attori del settore? L’incontro, organizzato da Bernardo Parrella, un “amico” conosciuto grazie ai media sociali, in collaborazione con Lsdi e Federazione Nazionale italiana della stampa, sarà l’occasione per rispondere a queste e numerose altre domande.

Vi rimando al sito di Lsdi per il programma completo. Qui invece il volantino dell’evento, qui l’evento su Facebook.

Il terremoto in Abruzzo e l’informazione emozionale

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In Abruzzo si scava ancora e lo sciame sismico fa sussultare la terra ed i cuori delle persone. Siamo vicini a tutti gli abruzzesi colpiti dalla tragedia.

Anche in questo caso, così come era successo in occasione dell’attentato di Mombai, la rete si è dimostrata capace di coprire in modo rapido e diffuso l’accavallarsi delle notizie. A pochi minuti dalle prime scosse, sia quelle di minore intensità nella serata di sabato che quelle devastanti a L’Aquila, su Twitter,  comparivano i primi segnali di quello che stava avvenendo e delle conseguenze del terremoto.

(Purtroppo) in occasione di eventi drammatici di questa portata la rete si offre come uno strumento in grado di sintetizzare le emozioni e veicolarle in modo impulsivo ed irrazionale. Una copertura quasi totale che si rivela ormai inevitabile per i servizi di breaking news. Twitter, Facebook o Friendfeed funzionano come degli aggregatori di notizie in grado di fornire aggiornamenti in tempo reale sugli avvenimenti.

Un’informazione emozionale, l’informazione dalle persone, che i media tradizionali hanno utilizzato per descrivere quello che succedeva confidando, a volte, in modo avventato nella lealtà/bontà della rete. Qui, qui e qui i risultati della scarsa competenza del mezzo da parte del giornalismo tradizionale.

Alcuni giorni fa dicevo che il giornalismo (o meglio il giornalista moderno) dovrebbe avere l’umiltà di ascoltare le voci della rete a patto di possedere quelle competenze che consentano di filtrarle accuratamente.

La rete, purtroppo, è anche questo. Bisogna imparare a conoscerla per sfruttarne la potenzialità.

E se da un lato possiamo discutere sul pressappochismo dei giornali (su cui ritornerò in seguito), dall’altro sono convinto che non si gioca con le tragedie, sebbene lo si faccia per motivi condivisibili.

Addio carta stampata

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Il giornalismo, come l’abbiamo conosciuto, è morto. L’assunto di base delle discussioni che hanno animato la scena in questi ultimi giorni ruotano attorno a questa certezza. Una consapevolezza, più o meno accettata da tutti, che dovrebbe stimolare la ricerca e la sperimentazione più che alimentare piagnistei o nostalgie inutili.

A scatenare il dibattito le posizioni di due critici culturali americani, Clay Shirky e Steven Johnson, sorretti dai dati emersi dal sesto rapporto annuale sullo stato dell’informazione americana, The State of the News Media 2009.

La situazione di crisi in cui l’economia dell’informazione è sprofondata è l’anticamera del baratro. Attori e protagonisti del mondo dell’informazione, incapaci in passato di prevederne i mutamenti, sono destinati a subirne le conseguenze. Un’analisi troppo dura incurante dei benefici che il giornalismo ha apportato alla formazione delle democrazie occidentali, secondo alcuni. Non è proprio così. L’ipotesi, neanche così tanto lontana è questa, che i giornalisti scompaiano assieme ai giornali che non stanno più in piedi. Le professioni, come fa notare intelligentemente Luca De Biase, cambiano, si modificano, scompaiono. Di quante, oggi, possiamo farne a meno? Di quante professioni non abbiamo traccia o abbiamo evitato di celebrarne la scomparsa?

Secondo me, il giornalismo, come professione, non è la carta stampata, anche se da sempre i concetti sono stati accostati. Oggi questa equazione è diventata lo scoglio attorno a cui gli addetti ai lavori, almeno in Italia, si stringono, cercando di esorcizzare il pesce vorace, internet ed i suoi adepti, che ha dato origine al cambiamento. Come se potessero resistere tenacemente alla marea.

La fame d’informazione, di storie, però, resta immutata. E’ una necessità di cui la gente alimenta il quotidiano, al di la del supporto attraverso la quale la si fruisce. E’ su questo scarto che bisogna operare una distinzione tra il destino della carta stampata con quella di una professione, il giornalismo, che ha tutte le capacità d’adattamento per uscire incolume dal naufragio dei giornali.

Negli Stati Uniti qualcosa si sta muovendo. Almeno si è capito che il passaggio al digitale è imprescindibile. I tentativi ci sono e sono variegati, dall’home page  “Extra” del New York Times alla collaborazione con i citizen journalist ai progetti iperlocali.

Ma forse tutto questo affannarsi non servirà. Magari, in un futuro non troppo lontano, potremo fare a meno di qualcuno che ci racconti delle “storie” ma, grazie all’innovazione tecnologica, vi parteciperemo personalmente.

Foto | Flickr

Perchè il giornalismo non è più attuale

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Il giornalismo non sta attraversando un bel periodo. Una crisi finanziaria che forse rappresenta solo l’ultimo atto di una crisi d’identità ancor più preoccupante. Ognuno deve fare, prima o poi, i conti con se stesso, la propria natura ed il proprio tempo. Il giornalismo ha rinunciato al compromesso, arroccandosi in una posizione di protezionismo, un martirio forzato, dal quale necessariamente bisogna allontanarsi. Dapprima perchè si tratta di un elemento irrinunciabile di ogni democrazia, ma soprattutto perchè l’indipendenza economica è insieme presupposto e garanzia della vitalità e pluralità dell’informazione.

Se le scelte operative, tra cui il rifiuto aprioristico dell’online, hanno determinato la crisi strutturale, la difesa ostinata della propria autorità, da cui dipendono tali scelte, si rivela una chiusura forzata che ne preclude ogni risoluzione futura. Il giornalismo non è più attuale. Perchè? I motivi sono molteplici, cercherò di elencarli brevemente.

Internet e la nuova opinione pubblica

Prendo spunto innanzitutto da un’interessantissima analisi sulla stampa politica americana di Jay Rosen (consiglio di leggere attentamente l’articolo). Fino ad ora la stampa politica ha definito “la sfera del legittimo dibattito”, lo spazio della quotidianità all’interno del quale operano i giornalisti. In generale si può dire che la sfera d’influenza dei giornali si estende all’intera programmazione editoriale, alle notizie che finiscono in prima pagina. Questo in passato, in parte ancora oggi, avveniva perchè le persone erano collegate direttamente al Grande Media, ma non tra di loro. La rete ha dato vita ad una socialità in grado di mettere in contatto le persone e creare una nuova opinione pubblica autoalimentata, indipendente dall’informazione verticale della stampa, autonoma. Quel mondo informale, a volte anarchico della blogosfera, ed ora dei social network, definito dai giornali come “la stanza dell’eco” per delegittimarne l’affidabilità.

Internet e la sovraesposizione

Se da un lato Internet indebolisce l’autorità della stampa a causa (ma io direi grazie) della democratizzazione delle fonti e della circolazione delle opinioni, dall’altro la sovraesposizione determina una naturale svalutazione dei contenuti. In ogni mercato, se l’offerta supera la domanda, il prezzo crolla. Ed è quello che sta succedendo al mercato dell’informazione oggi. Non è detto che il valore dei contenuti ne risenta ma è necessario ripensare a modelli di business in grado di adattarsi ad un’ambiente in cui il lettore non è più disposto a pagare per ottenere informazione. Come dice Mauro Lupi, “è ciò che sta avvenendo. Che ci piaccia o no.”

Internet e la diversità dei contenuti

Un po’ di tempo fa Steve Outing ha redatto un endecalogo di consigli rivolto agli amministratori dei giornali americani per facilitarne la transizione al digitale. Tra questi la necessità di dare priorità al digitale e di evitare l’adattamento della carta stampata alle nuove generazioni, ormai inevitabilmente digitali. La rete non è più avvertita come qualcosa di estraneo o come un semplice mezzo di comunicazione, ma come una parte attiva, remunerativa, gratificante nell’esperienza quotidiana. Impone un cambiamento degli stilemi narrativi, delle abitudini di lettura a cui non ci si può sottrarre.

Il giornalismo deve poter esprimere competenze differenti, deve essere in grado di mettersi in discussione, ripensare il proprio ruolo in maniera informale. Deve saper sfruttare le opportunità della rete, dai video, ai social network, ai blog, al citizen journalism, per elencarne alcuni. Deve saper scendere dal piedistallo su cui ha forgiato il proprio prestigio per partecipare alla conversazione, ancor prima di pretendere di esserne l’ago della bilancia. Bisognerà avere l’umiltà di riconoscere che in rete c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi. Ma per questo, probabilmente, ci vorrà ancor del tempo.

Alla prossima per alcuni consigli che la blogosfera può dare al giornalismo.

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Scontro tra colossi dell’editoria, ne fa le spese il giornalismo online

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Si apre questa settimana il processo tra GateHouse Media Inc. e The New York Times Co., uno scontro che segnarà un importante precedente per il settore dei new media. Al centro dell’attenzione ci sarà la legittimità o meno dell’uso dei link.

Nelle scorse settimane GateHouse aveva accusato il Boston Globe per violazione del diritto d’autore. Secondo l’accusa la ripubblicazione sul Boston.com dei titoli e degli incipit degli articoli ripresi da Wicked Local, di cui Gate House è proprietario, non rispetterebbe il copyright e creerebbe tra i lettori confusione sulle fonti originali dei contenuti.

Una posizione, quella intrapresa da Gate House, bizzarra e controcorrente. Il link è l’anima pulsante del web, l’ossigeno che garantisce la circolazione delle storie, le alimenta, le rende partecipi ed immortali. Da più parti, nel web, si sono sollevate voci di protesta in merito. Tra le più autorevoli quella di Jeff Jarvis per il quale, quella di Gate House è una scelta irresponsabile, il tentativo di azzoppare la pratica del linking in un momento in cui bisognerebbe alimentarlo. Allo stesso tempo un suicidio ed un tentato omicidio all’ecologia del web.

Dello stesso avviso la portavoce del New York Times, Catherine Mathis, che lo scorso 22 dicembre, aveva affermato che il Boston.com non faceva niente di più di quello che fa la maggior parte di siti d’informazione, aggregare storie e linkare alla notizia originale per leggere l’intero articolo.

Una prassi comune per chi naviga il web, un’abitudine che, lontano dall’essere illegale o impropria, facilita la navigazione e alimenta la curiosità di chi utilizza la rete per informarsi. Al di la della sentenza rimane l’amarezza per una decisione che ancora una volta dimostra l’inadeguatezza dei protagonisti dell’informazione alle dinamiche della rete. E ripropone la necessità di rinunciare ai privilegi del vecchio modello su cui si fonda l’economia della carta stampata. A farne le spese come sempre è il giornalismo e la freschezza dell’informazione.

Attenzione a chi linkate. Stay Tuned.

Foto | Flickr

UPDATE 27/01/2009: Processo annullato. Le due parti, GateHouse e The New York Times, hanno raggiunto un accordo. Il sito Boston.com disattiverà il feed automatico dai siti della Gate House. Le due compagnie potranno comunque continuare a linkare i contenuti dai siti del concorrente manualmente. L’accordo dovrebbe essere formalizzato venerdi prossimo. Qui il PDF dell’accordo tra i due colossi.

Strappa la “carta” dal giornale che ti passa

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Tagli, tagli, tagli. In questi giorni caotici per il giornale di carta la parola d’ordine è solo ed esclusivamente questa. Una crisi preannunciata già da tempo, ma ampiamente accelerata dalla caduta libera delle borse e della finanza. In America dall’inizio dell’anno si stima che i tagli del personale abbiano raggiunto le 12.000 unità.

Una cronistoria, quella dei tagli e dei licenziamenti, degna dei bollettini di guerra. Alcuni giorni fa il debito del New York Times è stato declassato al livello junk, spazzatura. Con i ricavi pubblicitari su carta al -16% e quelli dell’online, +6%, ancora incapaci di tenere in piedi la “baracca”. Los Angeles Times, meno 75 unità. Il colosso Gannett meno 3000 dipendenti. Time Inc., licenzierà 600 dipendenti.

In questo cataclisma, The Christian Science Monitor, ha annunciato che dal prossimo aprile fermerà le rotative, e passerà tout-court al web. Decisione drastica ma quantomeno previdente. Quello della transizione è diventato un tabù, più che una possibilità. In un momento di difficoltà, ma probabilmente ci si poteva arrivare anche in anticipo, bisognerebbe abbandonare le tattiche difensive imbracciate dagli editori e fare il passo decisivo. Molto bella l’immagine usata da Massimo Russo per descrivere la situazione, La nave affonda. Bisogna provare a nuotare.

Ed invece a cosa si è pensato. Salvare il possibile. Caricare sulle scialuppe il salvabile, per ritrovarsi sprovvisti, in mare aperto, nel bel mezzo della tempesta. Abbandonare la carta e diventare delle internet company sono delle necessità improrogabili. La transizione, al tempo una possibilità, dovrebbe essere già il passato, anzichè un palliativo, al baratro imminente.