Papà mi compri 1000 Fan Facebook?

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Quando digitiamo Facebook.com siamo pronti a lasciare una parte di ciò che un tempo si definiva privacy nelle mani di qualcuno che ne approfitterà per fare business, promozione, compravendita di dati.

Sapevamo quindi che questa concezione avrebbe dato via libera a qualsiasi tipo di speculazione su ciò che rimane della nostra personalità o del nostro diritto ad essere considerati come esseri pensanti dotati di sensibilità, di coscienza critica, di dignità.

Quando qualsiasi aspetto che riguardi la persona rientra nella sfera del marketing, quando diventa una leva per poter fare soldi ogni reazione non ha più alcun senso. Continueremo inutilmente a sbattere la testa contro il muro nel nome di quei sacrosanti valori, di quella dignità che un tempo avremmo concesso anche agli animali e che il denaro annulla in virtù della logica dell’incremento.

E’ proprio in virtù di questo che oggigiorno alcune aziende si fregiano della capacità di aumentare fan Facebook comprandoli. Acquista pacchetti di Facebook Fan recitano. Non facciamo nessuna considerazione etica, per quanto se ne avverta l’urgenza. Ma sarebbe inutile come qualsiasi discussione che riguardi etica e  “il fare soldi”.

Nessuna distinzione tra bene e male, quindi, anche se qualcuno direbbe che il male non ha confini. Parliamo invece di credulità, furbizia, ingenuità, scarsa professionalità. Vediamo come sono ripartite. E’ vero che una pagina Facebook che abbia centinaia, se non migliaia di Fan, ha il suo effetto scenico. Ma è anche vero che acquistare Fan Facebook presuppone una certa atrofia nelle interazioni. Annulla a priori lo scambio come forma comunicativa.

Qual è il valore della relazione (è questo il motivo per cui i social network sono nati e hanno avuto un successo planetario) tra brand e utente? Quale il livello di coinvolgimento/feedback di una relazione nata come concessione incosciente in seguito a un tranello?

La credulità della gente è infinita. E l’impulsività di un clic su un bottone che ti dice “Mi Piace” ha il sapore dell’adescamento di un bambino con una caramella. E’ in questo modo che vengono condotte queste attività di compravendita di fan. Si gioca sull’ingenuità, sulla scarsa conoscenza del mezzo da parte degli utenti.

Se a voi responsabili marketing il numero riportato su una pagina Facebook può bastare per fare bella figura con il vostro capo è utile che queste pratiche continuino, che l’acquisto di fan facebook proliferi, diventi tendenza, faccia scuola, rientri nella letteratura di marketing.

Se invece quel numero diventa talmente freddo da lasciare inalterate le vendite o i ritorni promozionali non chiedetevi cosa ci sia che non funziona. Sapevate bene a cosa andavate incontro. Ci sarà sempre qualcuno disposto ad approfittarsi della vostra ingenuità.

Papà mi compri 1000 Fan Facebook? Certo tesoro ma trattameli bene.

Media sociali e business, c’è ancora molto da imparare

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Apriamo una pagina fan su Facebook o un blog? Attiviamo un account Twitter o un brand group su LinkedIn?

Utilizzare i social media per comunicare e promuovere la propria attività è una necessità avvertita da molti. Ma spesso la loro adozione è vissuta come adesione ad una tendenza, non come una strategia con regole e dinamiche definite differenti da quelle del marketing tradizionale.

Ancor prima di discutere su quali strumenti utilizzare vi sono argomenti che un’azienda dovrebbe affrontare a vari livelli.

I social media esigono trasparenza. Perché possano funzionare devono poter essere il riflesso di una cultura aziendale condivisa. Il rischio sarebbe quello di osservare dei rami spogli al momento del raccolto.

Uno dei principali difetti che mi capita di notare quando si affrontano interrogativi di questo genere è che Facebook o Twitter siano considerati come l’ennesimo “tranello” per invadere uno spazio con la propria immagine.

I social media sono disposizione all’ascolto, richiedono un cambiamento nella cultura aziendale tale da annoverare l’umiltà come una condizione di cui non ci si debba vergognare.

Cosa significa trasparenza? In un ambiente in cui le persone (non i clienti) hanno sempre maggiore centralità, le aziende dovrebbero pensare ed agire come individui, scoprire un atteggiamento più umano. Rivalutare la propria presenza in relazione alla reputazione acquisita, avviare attività, anche procedurali o di rivisitazione dell’offerta, che migliorino il prodotto e costruiscano fiducia attorno al brand.

Se in passato l’azienda era quello che comunicava, nel futuro prossimo dovrà mostrare quello che realmente è. Soprattutto quando la seduzione, se non l’inganno, della pubblicità tradizionale non avranno più alcuna influenza sulle decisioni di acquisto (ci siamo quasi).

Un po’ d’utopia. Marketing aziendale e personal branding saranno due facce della stessa medaglia. Singolo individuo (cliente o lavoratore interno) ed azienda si identificheranno. Sempre che a monte esistano le condizioni (valori aziendali positivi, disponibilità ad ascoltare, autocritica ed attenzione alla qualità del prodotto)  che spingano il primo, dall’impiegato alla donna delle pulizie, a promuovere, scommettere sui valori di cui un’azienda è portatrice. Se ancora si pensa che “si potrebbero simulare conversazioni e commenti positivi tra account fake?” ci sarà ancora molto da lavorare.

Vi suggerisco la lettura di questa interessante intervista a Massimo Cavazzini, Web manager in 3 Italia.

Privacy: perchè non seguire i consigli di Facebook

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A partire da oggi accedendo al social network gli utenti verranno introdotti, attraverso un processo guidato, nella ridefinizione e nell’aggiornamento delle impostazioni della privacy.

Tre semplici passi in cui Facebook illustrerà quali saranno i cambiamenti principali e quali scelte compiere per salvaguardare la propria privacy. Alcuni suggerimenti dai quali emerge la volontà/necessità di Facebook di spingere gli utenti a condividere gli aggiornamenti di stato e i contenuti in maniera pubblica.

Qual è il motivo di questa nuova politica? Non è una questione di privacy. Anzi.

Read Write Web fa addirittura riferimento ad Orwell per descrivere il linguaggio utilizzato da Facebook per promuovere il cosiddetto “Privacy Transition Tool”. E’ risaputo infatti come da tempo Facebook stia spingendo per accrescere l’accessibilità dei contenuti condivisi dagli utenti anche dall’esterno.

Perchè? Beh, le motivazioni sono enormi, aumento del traffico, possibilità di utilizzo dei contenuti da parte di aggregatori o sviluppatori. E, per quanto Facebook si ostini a smentirlo, una miriade di informazioni da offrire alla pubblicità. Ed ora che anche Google si apre ai social network le potenzialità divengono illimitate.

Condividere link, video, eventi, informazioni con tutti, così come suggeriscono di fare da Facebook in virtù di una migliore esperienza d’uso, avvicinerebbe il social network a Twitter.

“New Tools to Control Your Experience” recita il post sul blog di Facebook che esorta al cambiamento. Un’attenzione per la privacy mascherata da call to action inconsapevole. In passato infatti solo il 15-20 % degli utenti ha impostato regole per la privacy. Il che significa che presumibilmente circa 280 milioni di utenti seguiranno i “consigli” di FB impostando su “Everyone” (condividi con tutti pubblicamente) i livelli di accesso a status update e link.

Sempre che la rete non smentisca le previsioni e si dimostri consapevole e preparata. Ahimè, ne dubito.

Blogging: postare ha ancora un senso

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Più di un anno fa la blogosfera si interrogava sull’attualità del blogging, sulla sua effettiva capacità di veicolare l’informazione e di creare buzz. L’emergere del social network come forma d’espressione personale ne aveva in parte oscurato il ruolo primario nel web.

Ora una ricerca di PostRank dimostra come il blogging abbia ancora un ruolo fondamentale nella determinazione delle conversazioni online. Quello che è cambiato negli ultimi 3 anni è il modo in cui i contenuti vengono diffusi e condivisi in rete.

Social network come Facebook o Twitter hanno paradossalmente aumentato la durata dei contenuti facilitandone la condivisione ma riducendone l’engagement on-site. Meno commenti, maggiore condivisione fuori dal contenitore classico del blog.

Un po’ di numeri. L‘engagement dei lettori si basa per il 29% sulla condivisione di link nei social network, per il 29% avviene attraverso il bookmarking o siti come Delicious Reddit o Digg mentre i trackbacks scendono dal 19% al 3% rispetto al 2007.

Cosa significa tutto ciò? Le conversazioni nascono su blog o siti di informazione ma si sviluppano inevitabilmente nei luoghi in cui si ritrovano le persone. Aumenta la vita dei contenuti dato che cambiano le modalità e la tempistica con cui persone e comunità ne vengono a contatto. I numeri dimostrano come i media sociali favoriscano la scoperta delle informazioni. Rispetto al 2007, in cui l’engagment avveniva nel primo giorno, se non nella prima ora dopo la pubblicazione, il 36% avviene anche dopo più di un giorno.

Quindi mettetevi comodi ed attendete che i numeri vi diano conferma prima di valutare il successo o meno di quello che avete prodotto. Nel frattempo impegnatevi a dimostrarvi socievoli. Non tutto il real-time-web viene per nuocere.

Facebook: se anche i tuoi amici diventano clienti (o della mercificazione dei sentimenti)

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Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne.

Ma ogni individuo è soprattutto una voce, eco, slogan. Mi dissero di ripeterlo affinché me ne potessi convincere. Mi dissero di condividerlo perché potessero diffonderlo. Mi dissero di negarlo se non fosse stato gradito.

Ne discutevo ieri insieme a @Sara_LovingTW. Condivisione, sapere collettivo, collaborazione sono termini che risuonano diversamente nell’ambiente sociale in cui ci immergiamo ogni giorno. Facebook e le reti sociali online hanno dato un senso nuovo a questi concetti, travisandone l’essenza.

Un tempo le conversazioni nascevano spontaneamente sulla base di stimoli esterni o di necessità personali più o meno indotte. Allo stesso modo era possibile distinguere la gamma di sfumature che un suggerimento poteva assumere. Ne riuscivi a cogliere la partecipazione in un ritornello che faceva ribollire il sangue, la nostalgia di chi ricordava la sigla di un vecchio cartone animato o la paura nell’affrontare una scelta decisiva.

Ma se tutto questo fosse inghiottito nel vortice della promozione personale, se emozioni, voci, singhiozzi diventassero  una concentrazione indefinita di link, immagini e video?  Se la materia della quotidianità  fosse la merce di scambio ancor prima che l’elemento attraverso il quale definiamo le identità o percepiamo gli altri, avrebbe ancora senso distinguere tra amici, conoscenti, amanti?  O dovremmo semplicemente parlare di audience, ascoltatori, pubblico e sezionare la gamma di conoscenze in segmenti ai quali offrire porzioni di brand personale?

La visibilità è diventata il minimo comune denominatore attorno a cui ruotano le interazioni online. L’attualità pretende una presenza che supera la complessità delle gradazioni, siate così cortesi da non ostacolarne il passo.

Vivete in funzione di quanto possiate raccogliere, esponete anche la vostra intimità, se lo desiderate. Ogni amico è anche un cliente. Non dimenticatelo.

Social network: l’esasperazione dei numeri

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Non ho idea di cosa stia succedendo ma l’iniziale fervore nei confronti dell’evoluzione del web si colora ogni giorno di nuove fratture. Ne avevo già dato un’anticipazione la scorsa settimana. Questa volta lo spunto nasce da un post di Seth Godin che affronta per l’ennesima volta la questione del numero di Dunbar o regola dei 150. Si tratta del numero di componenti di una rete sociale che possiamo seguire cognitivamente e con cui riusciamo ad interagire.

In tutti gli altri casi la natura delle relazioni è qualcosa di diverso. La morbosa volontà di accrescere la propria rete sociale, al di là della necessità di aumentare le fonti di informazione personale, alquanto improbabile e limitata, può essere spiegata come una sorta di primato del numero sulla parola, della presenza sulla consistenza.

In quest’ottica riesco a giustificare le mie perplessità sulla relativa impossibilità tecnica che i nuovi strumenti hanno nella determinazione della permanenza e della qualità dei contenuti. La quantità ha soppiantato, o sta lentamente soppiantando, la qualità nella pratiche di socializzazione degli individui. Alla stregua della produzioni in serie di oggetti.

La repentinità con la quale le conversazioni si spostano da un argomento all’altro richiede una presenza continua, costante, attiva perchè se ne possa far parte. La presenza diventa prerogativa nella partecipazione, nel coinvolgimento, nella determinazione stessa degli argomenti. Al punto che una discussione è condivisa nella sua attualità ma diventa insignificante nel momento in cui i partecipanti sono attratti da nuovi stimoli.

C’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare? O la necessità “impellente” di produrre, postare, uploadare di stampo industriale va applicata anche alla gestione delle relazioni interpersonali? La mole di informazioni che produciamo non rischia di precludere l’accesso a contenuti di cui avremmo effettivamente bisogno?

Al momento non saprei rispondere. Penso, spero, possa farlo tu per me.

Le virtù più odiate di Facebook

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Alzi la mano chi non ha creduto, sperato che il web potesse modificare il rapporto delle persone con la cultura, la politica, l’informazione. Facendole diventare in qualche modo “pop”. Se pensavate che le nuove forme di accesso avrebbero potuto garantire una nuova democrazia fondata su di uno spirito critico accresciuto, beh, a malincuore, vi sbagliavate.

Facebook è l’esempio lampante di questa disillusione. Le nostre aspettative sulla possibilità di educare le persone devono fare i conti con una predisposizione individuale che predilige la chiacchiera vuota all’analisi, anche superficiale, di quanto ci circonda.

In qualche modo stiamo assistendo a quello che era già avvenuto nei confronti degli intenti educativi di un certo tipo di televisione. Il gossip (e l’esaltazione del feticcio) sta alla tv commerciale così come il rumore (Quelli che…, Quiz e giochi di ogni genere) sta a Facebook.

Ora, se questo scenario potrebbe apparire deprimente (ed in parte lo è) ci sono spiragli che lasciano presagire possibilità d’intervento in grado di stimolare la partecipazione delle persone anche verso attività meno “leggere”. A differenza della tv la partecipazione sul web è involontaria e libera. Si alimenta da sé indipendentemente da imposizioni dall’alto.

Facebook mette in mostra un modo di stare nell’ambiente digitale che ricalca quasi specularmente le dinamiche sociali della realtà. Una rappresentazione in cui pullulano gossip, chiacchiericcio e talvolta le virtù meno apprezzabili dell’uomo.

Facebook ha avuto il merito di spalancare le porte ad un mondo estraneo al web. Una moltitudine impreparata per un certo verso alle sue qualità ed incapace, anche volendolo, ad utilizzarne al massimo le potenzialità.

In questo scarto, però, risiede una grande speranza. Nello spazio onnicomprensivo di Facebook, infatti, la possibilità di venire a contatto con elementi estranei alla sfera delle proprie abitudini quotidiane potrebbe ricoprire un ruolo fondamentale nel modo in cui le persone si informano.

Emergere dal rumore è arduo ma non impossibile. Sapere che un amico, tradizionalmente estraneo alle vicende politiche italiane, abbia iniziato ad interessarsi alla questione della libertà di stampa grazie agli aggiornamenti ed alle opinioni che riporto giornalmente su Facebook, può avere un significato in merito.

Bisognerebbe rinunciare al giudizio aprioristico “Facebook è male” e pensare che, laddove ci sia qualcuno disposto ad ascoltare, abbia comunque senso essere presenti. Al di la degli estetismi.

Facebook, scopri chi ti elimina dalla sua lista amici

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Ritorno a postare dopo una lunga pausa dettata dal caldo, dagli impegni e dalle ferie estive. In questo periodo ne sono successe di cose interessanti sul web: Facebook ha acquistato Friendfeed, Myspace ha acquistato iLike e da ultimo, ieri, eBay ha ufficialmente venduto Skype. Ne riparleremo più in là.

Per riprendere la mano, affrontiamo un argomento più leggero, dato che le scorie estive suggeriscono ancora un certo disimpegno. Parliamo di Facebook e di una simpatica applicazione che ci permette di scoprire chi ci ha eliminato dalla sua lista di amici.

Ovviamente sebbene l’orgoglio personale dovrebbe dettare un certo distacco da chi non ci considera all’altezza di comparire nella sua lista di contatti, la curiosità e la vendetta sono “qualità” umane dalle quali anche il mondo social non può sottrarsi.

Lo script che permette di smascherare l’ingrato si chiama Facebook Friends Checker. Si tratta di uno script che monitora le liste di amici e ci avverte se qualcuno decide di eliminarci dai suoi contatti. Se volete approfittare di questa funzionalità dovete utilizzare Firefox ed installare il plugin Greasemonkey. In seguito visitate la pagina dello script e installate. Riavviate il browser aprite la pagina degli amici di Facebook, cliccate su Strumenti>Greasemonkey>Comandi script utente>Set time interval per impostare l’intervallo di tempo in cui ricevere le notifiche.

Ecco fatto, d’ora in poi sarete avvisati da una notifica qualora qualcuno abbia deciso di depennarvi dalla sua cerchia di amici.

Dittature aziendali

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Prendo spunto da questa bella lettera di Simone Lovati sui firewall aziendali per un post nostalgico e rabbioso dedicato a quanti sono costretti ad una vita di sotterfugi per non dimenticare una parte importante della loro esistenza.

Libertini impenitenti, divisi tra la voglia di libertà e la tensione del ricercato, obbligati a scovare percorsi, alternative, strade impervie pur di liberare la loro socialità.

Ci hanno detto di tracciare sentieri ma speravano solo che distogliessimo lo sguardo dall’orizzonte.

Ci hanno detto che l’azienda è fatta di relazioni, di persone che entrano in contatto, di conoscenza ed informazioni condivise che passano da un ambiente ad un altro, di esperienze che abbandonano il singolo per diventare pubbliche.

Che cosa è un’azienda se non argomento di discussione, sia che produca servizi, sia che fornisca prodotti, sia che costruisca sogni. E’ prima di tutto qualcosa di cui parlare, sia che la conversazione avvenga in un bar sia che si tenga in un ufficio ovattato al trentesimo piano di un grattacielo di New York.

Lo avete dimenticato? Facebook, Twitter, Friendfeed non sono altro che estensioni della nostra quotidianità. Bloccandone l’accesso ai vostri dipendenti non fate altro che evitare la frequentazione di questi ambienti agli argomenti di cui i vostri dipendenti sono messaggeri. Inevitabilmente la vostra azienda è uno di questi.

Anziché considerare un ambiente come una distrazione, un freno alla vostra produttività, provate a vederne le potenzialità, provate a guardare oltre il timore che vi tiene incatenati alle certezze di chi vi ha preceduto.

Un amministratore, ancor prima di essere tale, è una persona, un padre, un fratello, un amante che condivide passioni, emozioni, esperienze. Ma forse lo avete dimenticato, così come un adulto dimentica di esser stato bambino.

Twitter: seguimi e ti dirò chi sono

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Sembra che le discussioni sull’utilizzo della rete seguano un andamento costante a seconda dell’influenza che esercitano all’esterno. Se fino a poco tempo fa era Facebook ad occupare l’interesse della gente, quantomeno dei media “forti”, ultimamente è Twitter ad essere balzato in testa alle programmazioni di TV e giornali.

Ovviamente l’utilizzo “politico” determinato dalla situazione iraniana ha fatto puntare i riflettori sul servizio di microblogging. Hubspot si interroga sull’essenza di Twitter, “Is Twitter a Social Network?”.

Social network o distributore di contenuti?

La forza di Twitter, probabilmente, sta nella capacità di compenetrare le peculiarità di entrambi. Piattaforma di comunicazione da un lato, utilizzata dalle agenzie e dai media per distribuire rapidamente link e contenuti verso milioni di utenti, social network dall’altro, anche se con graduazioni di partecipazione differenti rispetto alle forme classiche di rete sociale.

Affermare che Twitter stimoli le connessioni “deboli”, però, mi sembra azzardato se si osserva il fenomeno dal punto di vista della qualità delle informazioni condivise. Nel caso di Twitter, infatti, il grado di familiarità delle relazioni, spesso, è inversamente proporzionale alla qualità delle conversazioni. E l’utilizzo che se n’è fatto nel caso iraniano ne è la conferma. Milioni di utenti sconosciuti che condividono passioni, ideali, informazione libera.

Come se esistesse una relazione tra livello di confidenza e disponibilità all’investimento di se stessi nelle conversazioni. Insomma meno ti conosco più ho da farmi notare/apprezzare.