Se tu non leggi perché dovrei farlo io?

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Nella sua lucida analisi sullo stato dell’editoria libraria ne I barbari, Baricco afferma che la maggior parte di quelli che oggi comprano libri non sono lettori. Una visione che supera il luogo comune, “la gente non legge più”, ed inserisce la mutazione in atto all’interno di una dinamica in cui il libro è solo una parte della sequenza, un’appendice di narrazioni provenienti da territori estranei alla letteratura tradizionale.

Un concetto che si adatta all’intero mondo dell’editoria, e non solo. Soprattutto perché la tendenza a sacrificare la qualità con il dinamismo della commercializzazione deriva da una sorta di democratizzazione del campo del desiderio. Territori destinati o riservati a cerchie ristrette vengono ora attraversati in maniera incondizionata. Positivo o no, è ciò che sta avvenendo. Possiamo solo registrarne i fatti.

Quello che lascia un po’ d’amarezza è che giornali e libri stanno diventando il giocattolo, il passatempo di chi non sapendo cosa farne, li mescola indiscriminatamente alle proprie attività di business quotidiane. Al punto da confessarvi che raramente gli capiti di sfogliare il prodotto editoriale che vende. Se tu non utilizzi i tuoi prodotti perché dovrei farlo io? Ma forse è solo una delle tante strategie di marketing del futuro a cui non siamo ancora pronti.

Ecologia del libro: perché il libro cartaceo sta morendo

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Il libro è un organismo vivente. E come tale partecipa alle leggi del proprio ecosistema.

Sopravvivenza. Alla stregua delle migrazioni che interessano gli organismi viventi dovute a difficoltà ambientali o modifiche strutturali del territorio di appartenenza, anche il libro deve oggi ritrovare una propria identità. Nuovi supporti da colonizzare. Ecco perché condivido in pieno l’espressione: Books won’t die; the paper book will die.

Estinzione. Per quanto si cerchi di esorcizzarla il destino è segnato. Uno stillicidio (più o meno rapido). Il libro cartaceo procederà parallelamente all’esistenza degli individui (me compreso) per cui rappresenta, o meglio ha rappresentato, il supporto fisico della propria formazione personale. Per gli altri, disabituati o del tutto estranei all’uso, il libro cartaceo non rappresenterà altro che un cimelio del passato.

Basteranno 5 anni perché si realizzino le previsioni di Negroponte? In Italia intanto sul versante ebook qualcosa si muove. Anche rapidamente. Qui, qui e qui.

Whaiwhai, guide per turisti non convenzionali

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Non mi stancherò mai di ripeterlo, siamo tutti storie da raccontare. Figuriamoci quanto abbia da dire una città. Ricevo da un caro amico la segnalazione di un’iniziativa pregevole e di grande impatto innovativo: un libro.

O meglio, una collana di guide turistiche pubblicate dalla veneziana LOG607. Il progetto, Whaiwhai, fa parte delle iniziative che partecipano ad Italian Valley, un concorso per  “progetti italiani che cambiano il mondo”, lanciato da Wired Italia e dal Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione.

Di cosa si tratta? Ogni guida racconta una storia. Ogni pagina è divisa in tre ed i pezzi dei racconti mescolati tra loro. Per proseguire nella lettura è necessario risolvere un enigma, inviare un SMS e ricevere un codice fino alla soluzione di tutti gli enigmi.

Risultato. Il lettore avrà visitato la città vivendo da protagonista la scoperta dei luoghi e dei segreti storici che ne hanno dato importanza nel tempo.

Il viaggio diventa un’avventura, la lettura un gioco, l’esplorazione una storia personale. Al momento le città “raccontate” sono Milano, Roma, Verona, Firenze e Venezia. 6 storie per ogni città, altrettanti luoghi da scoprire. E da vivere in prima persona.

Editori vs Google, la sfida continua

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Nei giorni scorsi, il presidente della Associated Press, Dean Singleton, ha svelato l’intenzione degli editori di porre un freno all’utilizzo incontrollato dei contenuti editoriali minacciando azioni legali nei confronti di Google e degli aggregatori online.

La storia si ripete. Che si tratti di blogger, motori di ricerca o quant’altro, la soluzione alle crisi ( che siano economiche o politiche) si ripresenta in modo ciclico assumendo i panni del censore o del fustigatore. Ed a farne le spese, come sempre, è la libertà della rete.

Questa volta la necessità di fare cassa degli editori ha trovato il caprio espiatorio di turno nel servizio di Google News ed altri suoi simili. Vediamo di chiarire la situazione.

Il punto della questione.

L’offensiva dei colossi dell’informazione fa leva, come al solito, sul copyright. Sul banco degli imputati gli aggregatori di notizie, che, secondo gli editori, generano guadagni grazie all’utilizzo delle notizie e dei contenuti ripresi dai quotidiani online. La voce degli editori sarebbe: Google utilizza i contenuti senza pagare.

I precedenti.

Nei mesi scorsi, Google aveva rinunciato all’adozione di un software, ACAP, per la protezione dei contenuti online. Il programma permette ai produttori di contenuti di comunicare direttamente ai motori di ricerca in che modo possono essere utilizzati.

La risposta di Google.

Se la questione ruota attorno al rispetto del copyright, bisogna ricordare l’accordo siglato da Google con gli editori per la pubblicazione integrale dei lanci d’agenzia, oltre alla dottrina del fair use (giusto utilizzo) di stampo statunitense, che permette la pubblicazione di brevi estratti di notizie. Come fa notare Danny Sullivan, inoltre, gli editori possono richiedere di non essere indicizzati dai motori di ricerca. Ma in tal caso i rischi sarebbero maggiori dei benefici. La voce di Google: Google indirizza gli utenti verso i siti degli editori e ne garantisce guadagni pubblicitari maggiori.

Come finirà?

La partita è appena iniziata ma la scelta degli editori appare quantomeno contraddittoria. Da un lato infatti Google rappresenta un’opportunità per i giornali. Motori di ricerca e aggregatori garantiscono la visibilità dei quotidiani e ne aumentano il traffico. Dall’altro, secondo gli editori, Google dovrebbe pagare per la pubblicazione dei contenuti sulla propria piattaforma d’informazione.

Bisogna ricordare che Google, almeno per il momento, ha evitato di inserire i propri annunci pubblicitari sul servizio di aggregazione e che dunque su quei contenuti non ottiene direttamente guadagni. In passato, inoltre, gli editori hanno dimostrato di non gradire, o di non voler adottare, il servizio First Click Free, che permette di inserire nell’indice di Google, e garantirne la visibilità necessaria, anche a contenuti a pagamento o con particolari restrizioni.

Probabilmente gli editori dovrebbero indirizzare gli sforzi verso la ricerca di modelli di guadagno positivi anzichè sprecare le risorse nella rincorsa affannosa di pezzi d’informazione di cui si sentono proprietari. Per qualcuno non sarebbe neanche così.

Google o la rete non sono la causa del fallimento dei quotidiani. Bisogna accettarlo ed assumere posizioni meno bellicose e più propositive. Per il bene dell’informazione e dei lettori.