Bloggare può fare di te una persona migliore

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No i blog non stanno morendo. E forse hanno anche un forte impatto sociale. E’ già da un po’ di tempo che ci penso. Spesso le motivazioni che ci portano ad intraprendere una nuova avventura ed i benefici che ne ricaviamo sono i risvolti della stessa medaglia.

E’ di questi giorni una bella iniziativa di Andrea Contino, WhyIBlog, che interroga la blogosfera per capire quali siano i motivi che inducono le persone a scrivere, condividere pensieri ed opinioni su un blog.

Per alcuni gestire e curare un blog ha un riscontro terapeutico, altri ne apprezzano l’aspetto informativo, altri prediligono le possibilità offerte dal confronto.

Ma bloggare può renderti una persona migliore?  E se sì, come?

Scavando e scalando. Il punto di partenza di ogni conversazione è un’idea. Perché le idee possano stimolare il coinvolgimento è necessario affinarle, lavorarle, plasmarle. Un lavoro che richiede tempo, dedizione, ricerca. Il blogging impone di scavare e scalare per catturare le intuizioni migliori e renderle masticabili e comprensibili. Solo informazione e ricerca permettono di modellare una sana coscienza critica.

Confrontando. Quante critiche sei disposto a ricevere? Beh, aprire un blog significa introdursi in uno spazio pubblico che potrebbe rivelarsi ostile. Richiede un’apertura mentale tale da valutare, accettare ed eventualmente valorizzare anche punti di vista differenti.

Responsabilizzando. Responsabilità e reputazione procedono a braccetto. Quando si inizia a bloggare con una certa regolarità è inevitabile iniziare a pensare in termini di contributi da apportare alla comunità. In che modo potrei essere utile per i miei lettori? Qui ci ricolleghiamo inevitabilmente al primo punto.

Ogni blog vive secondo dinamiche tribali. Pensate al blogger come ad una guida. Così come accade per chiunque si faccia portatore di esperienze, opinioni o verità, si crea uno scambio mutuale tra comunità ed individuo. L’individuo spinto dalla necessità di confermarsi nel suo ruolo viene investito da nuove e maggiori responsabilità. Una tensione che lo induce ad un costante miglioramento personale.

E il tuo blog ti sta già trasformando in una persona migliore?

Blogger o copywriter: a chi affideresti il tuo sito aziendale?

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Quando due settori entrano in collisione è inevitabile che le figure professionali che li rappresentano finiscano per sovrapporsi o confondersi.

Nel confronto tra copywriter e blogger, quantomeno sul web, il campo di battaglia non può che essere la scrittura. In un guest post su Copyblogger, Glenn Murray riassume 8 ragioni per cui bloggers do it better.

Una dolorosa ammissione a detta dello stesso Murray. Ma confrontate uno dei vostri blog preferiti e lo stile di qualsiasi altro sito web. Quale cattura maggiormente la vostra attenzione? Perché?

Il motivo, secondo Murray, sta nel fatto che un blogger conosce l’argomento di cui scrive e quindi riesce ad essere accurato e utile. Conosce i suoi lettori, sa cosa si aspettano e li rende partecipi di una conversazione. Diversamente da un copywriter che scrive ogni giorno di argomenti differenti.

Ma l’aspetto che personalmente ritengo fondamentale è questo: they’re not writing for clients (riferito ai bloggers). Un testo che nasce per vendere o promuovere deve essere chiaro, diretto, semplice.

Il copywriter, ahimé, si ritrova sotto il fuoco incrociato del cliente (che commissiona e avanza pretese). Ma non solo. E’ vittima anche della propria deriva narcisistica che lo porta a vedere se stesso come un’artista. La scrittura come qualcosa di incompatibile con la funzione commerciale.

Influenzato, il testo dilapida la sua forza, perde di vista il suo obiettivo. Che non è quello di strizzare l’occhio all’arte ma solleticare il portafoglio. L’imperativo commerciale si disperde diventando vuota autocelebrazione.

La conclusione di Murray è che la scrittura di un blogger sia di gran lunga superiore a quella di molti copywriters. Perché? Perché un blogger è libero da pressioni, ha la libertà e la capacità di scrivere quello che pretendono i suoi lettori. In parole povere, sa vendersi bene.

Beh se volete che il vostro sito aziendale dica le cose giuste nel modo giusto affidatelo ad un blogger (specializzato, suggerisco io) e, per quanto sia difficile, fatevi da parte. Ad ognuno il suo.

Re, figuranti e coltivatori di notizie

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Se qualcuno avesse mai osato pensare che la scrittura potesse essere riconducibile, anche solo lontanamente, alla capacità di riempire spazi bianchi, non avremmo potuto far altro che etichettarlo come provocatore, se non come un pazzo. Un tempo, forse.

Le cose, invece, non sono così diverse da quanto prospetta questo simpatico buontempone. La scrittura è una marionetta in balia del passaparola.

Anche su questo blog, come altrove, d’altronde, abbiamo affrontato la questione annosa della qualità dei contenuti. Un argomento trito e ritrito al punto tale che l’espressione pare abbia smarrito il suo potere magico. A meno che non si decida di analizzarla da un punto di vista meno assoluto, come parte di un sistema più grande.

Content is not the king. La capacità di raccontare una buona storia resta ancora un’opportunità valida per chi decida di intraprendere la strada del blogging?  Ahimè non è l’unica, tantomeno quella fondamentale.

Esistono qualità alle quali è impossibile rinunciare. L’autopromozione innanzitutto, così come la capacità di sapersi proporre senza indugi.

Nel momento in cui strumenti come Twitter o Facebook vengono utilizzati come canali commerciali, infatti, diventa inevitabile pensare al lettore come ad uno snodo, un potenziale “influencer” in grado di generare traffico. Al punto che la possibilità di entusiasmare attraverso il semplice rincorrersi delle parole non assume più il valore di un tempo. Ma viene sostituita dalla rassicurazione della presenza.

I segnali di questa degradazione sono molteplici, sia per i blog personali che per quelli più o meno professionali. La riduzione della complessità testuale si rispecchia nella necessità di sgranocchiare i contenuti in mobilità. Oppure nella tendenza tipica delle content farms o di alcune aziende di nanopublishing di occupare lo spazio nei motori di ricerca attraverso produzioni di massa. Meglio se in real time. La quantità a discapito della qualità come modello editoriale.

Cerco di convincermi, comunque, che la verità, come spesso succede, sia nel mezzo. Le smentite esistono. La speranza, a parte i casi internazionali di successo, dimora in quei blog nostrani in grado di fornire ancora esperienze di lettura educative e di qualità. Eccone 5 che vi consiglio: Andrea Beggi, Manteblog, Pandemia, Minimarketing, 4everyoung.

http://www.mantellini.it/

Fate piano. Qualcuno vuole ancora ascoltare

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Non è un bel periodo, lo ammetto, e come spesso accade a molti, anche da queste parti l’entusiasmo iniziale si trasforma in disillusione “e lascia, rifluendo, sul mio labbro corrucciato, il ricordo cocente del suo fango amaro”. Baudelaire si sarebbe pronunciato in questo modo.

Un post è un sasso lanciato nella folla. Una testimonianza affidata alla rete nella speranza che possa germogliare. Il timore che possa restare inascoltata però, oggi, come non mai, è enorme.

Perché? Blogging e aggiornamento di stato, per quanto ne dicano puristi ed early adopters, viaggiano a braccetto. Ma non solo. Il rumore, i numeri, il traffico diventano fattori di contaminazione tali per cui, un fenomeno come quello delle content farms, rischia di trasformare l’arte del blog in qualcosa di artificiale.

Nel rumore generato è inevitabile che molte voci, anche valide, vengano ignorate. La possibilità di emergere viene quasi azzerata.

Se c’è troppo rumore è perché in questa stanza si contano troppe teste. O forse perché troppe voci cercano di superarsi l’un l’altra. La virilità è la leva sulla quale giocare il proprio successo. Presenza, esuberanza fisica, esagerazione si traducono in un’incontinenza emotiva della quale non abbiamo bisogno. E probabilmente di cui non hai bisogno neanche tu.

Fermati un attimo, interrompi il flusso autoreferenziale. Non avverti già la necessità di ascoltare. Riflettere. Elaborare. Beh, se non è così, torna anche alla tua giostra. Hai tutta la mia compassione.




Blogging: postare ha ancora un senso

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Più di un anno fa la blogosfera si interrogava sull’attualità del blogging, sulla sua effettiva capacità di veicolare l’informazione e di creare buzz. L’emergere del social network come forma d’espressione personale ne aveva in parte oscurato il ruolo primario nel web.

Ora una ricerca di PostRank dimostra come il blogging abbia ancora un ruolo fondamentale nella determinazione delle conversazioni online. Quello che è cambiato negli ultimi 3 anni è il modo in cui i contenuti vengono diffusi e condivisi in rete.

Social network come Facebook o Twitter hanno paradossalmente aumentato la durata dei contenuti facilitandone la condivisione ma riducendone l’engagement on-site. Meno commenti, maggiore condivisione fuori dal contenitore classico del blog.

Un po’ di numeri. L‘engagement dei lettori si basa per il 29% sulla condivisione di link nei social network, per il 29% avviene attraverso il bookmarking o siti come Delicious Reddit o Digg mentre i trackbacks scendono dal 19% al 3% rispetto al 2007.

Cosa significa tutto ciò? Le conversazioni nascono su blog o siti di informazione ma si sviluppano inevitabilmente nei luoghi in cui si ritrovano le persone. Aumenta la vita dei contenuti dato che cambiano le modalità e la tempistica con cui persone e comunità ne vengono a contatto. I numeri dimostrano come i media sociali favoriscano la scoperta delle informazioni. Rispetto al 2007, in cui l’engagment avveniva nel primo giorno, se non nella prima ora dopo la pubblicazione, il 36% avviene anche dopo più di un giorno.

Quindi mettetevi comodi ed attendete che i numeri vi diano conferma prima di valutare il successo o meno di quello che avete prodotto. Nel frattempo impegnatevi a dimostrarvi socievoli. Non tutto il real-time-web viene per nuocere.

La blogosfera è morta

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La blogosfera si è spenta. Chi l’ha uccisa? Causa del decesso: morte naturale. Ne da il triste annuncio il suo compagno Nicholas Carr. Proprio così. La blogosfera non esiste più, sebbene da più parti si pensi il conotrario. La lotta tra l’autenticità del blog e la professionalità dei media si è risolta in una bolla indistinta, il grande capo del mainstream vuoto ed insensato.

Dovrà ricredersi chi credeva nella possibilità che la blogosfera potesse divenire un’alternativa originale, creativa, viva, frizzante al mondo compassato ed abbottonato dei media tradizionali. Secondo Nicholas Carr, scrittore e celebre blogger, la blogosfera è morta. Risucchiata dal processo di normalizzazione all’interno dei media tradizionali. E per quanto faccia fatica ad ammetterlo, me ne devo capacitare. Anche perchè, me ne rendo conto, a volte questo male cerca di sorprendere anche me.

I blog “bizzarri ed informali” sopravvivono, ma hanno lasciato il posto a network, corporate blog professionali, riviste e magazine online che non hanno nulla della originaria verve delle origini. Il blog, alla stregua della tv, della radio è diventato ahimè mainstream. E come avevamo già notato tra i primi 100 blog nella classifica di Technorati quelli personali sono stati rimpiazzati da blog puramente professionali, dominati dalle logiche del self-linking e da equipe di redattori.

Cambia il linguaggio, più morbido, formale, meno diretto. Meno bizzoso. Restano alcuni principi. Il commento all’articolo, la forma di scrolling cronologico delle notizie. Tutto qui.

Secondo Carr la storia dei blog segue l’orma di quella della radio, passata dalla fioritura delle radio libere, alla diffusione dei radio amatori verso un paesaggio dominato da pochi editori che ne hanno sventrato le ambizioni.

Mentre risuona il requiem, le nostre ambizioni non sono altro che delle auto-illusioni. Non possiamo che ripetere quel gesto nostalgico di postare, aspettare, sperare e poi sorridere del ricordo del tempo passato.


« Ma l’ idea popolare che si blog potessero rivelarsi un’ alternativa, che portassero un attacco devastatore contro i media si è rivelata ingenua ».
« Chi ha ucciso la blogosfera? Nessuno. La sua morte è stata naturale, e annunciata ».

Foto | Flickr

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