Le idee non hanno le gambe corte

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Quando le idee sono onnipresenti non è semplice distinguerne l’unicità.

In periodi di benessere molte cose appaiono scontate. In periodi di benessere è ancora più difficile aspettarsi che qualcosa di nuovo fiorisca. Oggi è quasi impossibile che il mercato proponga novità che sappiano soddisfare esigenze non ancora coperte.

Spesso molti nuovi prodotti arrivano sul mercato senza che nessuno se ne accorga. Perché? Perché non hanno un valore differenziale tale che giustifichi un passaggio da uno all’altro. E’ successo per i CD e gli MP3, sta succedendo con telefoni tradizionali e smartphone, succederà per libri e e-reader?

Una nuova adozione è anche e soprattutto un abbandono. Il marketing deve essere in grado di colmare questa carenza affettiva dimostrando che un prodotto non è solo come dovrebbe essere ma è meglio di come sarebbe potuto essere.

Deve dimostrare come un’idea ci possa portare dove nessuno ci aveva mai accompagnato. Le idee non hanno le gambe corte.

Less is more

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Chiunque conosce il suono delle parole, quanto siano potenti. In pochi sanno quanto possano diventare controproducenti.

Le parole sono vizi difficili da tenere a bada. Le parole diventano promessa, si fanno portavoce di verità che non possiamo mantenere. Sono menzogne che non possiamo tacere.

Quando confessiamo il nostro amore sconosciuto a una donna di cui non ricordiamo il nome, quando rispondiamo in situazioni che non ci vedevano protagonisti, quando auspichiamo soluzioni di cui non abbiamo conoscenza.

Le parole sono promesse, le promesse sono shrapnel incontrollabili soprattutto quando affidiamo alla quantità degli elementi in gioco il destino di una trattativa commerciale.

L’abbondanza tenetela per i vostri pasti domenicali. Un’offerta commerciale è anche un atto di non belligeranza. Riducete i punti di esposizione e ne gioverete entrambi, voi e i vostri clienti.

Perché adoro Google Penguin

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Nella storia dei motori di ricerca ogni aggiornamento di algoritmo ha portato dei cambiamenti nel modo di lavorare sul web. Da quello che ricordo, però, nulla ha avuto un effetto così profondo, invasivo e totalizzante nell’atteggiamento di SEO, blogger professionisti e non.

Penguin ha infatti dato vita ad una senso di smarrimento generale facendo vacillare quelle certezze su cui molti avevano fondato il loro successo. In particolar modo è cambiato l’approccio alla crescita della link popularity a causa di un generalizzato timore nei confronti del link stesso.

Il Pinguino ha avuto lo stesso effetto che una goccia d’acqua produce su una comunità di formiche. Un fuggi fuggi scriteriato in cerca di un riparo di fortuna.

La risposta alla dispersione ha portato nuove credenze popolari e religioni che stigmatizzavano l’anchor text secco in favore di link “sporchi” contenenti più di un solo termine.

Abbiamo visto sorgere la tribù del “dobbiamo assolutamente inserire il brand nell’anchor text” salvo ricredersi in virtù delle linee guida di Google sui link a pagamento oppure i focolai dei puristi per cui l’anchor text è URL (http://www.nomedominio.it). Punto.

Laddove finisce il sapere comincia il nostro fantasticare.

Aspetto mistico a parte, inevitabile nei momenti di cambiamento e di crisi, Penguin ha permesso di rafforzare il concetto per cui esistono più strade per raggiungere un risultato. Nessuna verità assoluta, dunque.

Ha risvegliato in questo modo un aspetto, quello creativo, che molti SEO avevano dimenticato di possedere insabbiandosi in pratiche autoreferenziali, tra sovra-ottimizzazione e link pompati.

In qualche modo, almeno teoricamente, ha rilanciato nel mondo SEO l’idea per cui la naturalezza e la spontaneità sono valori imprescindibili e stimolato la ricerca di alternative all’acquisto dei link.

Rendetevi interessanti, quindi. A voi la sfida.

Questione di sogni

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Ogni uomo ha un desiderio, nascosto forse, indicibile magari, perché sua moglie non potrebbe apprezzare.

Quando decido di comprare qualcosa decido di trasporre una parte dei miei desideri nell’oggetto dell’acquisto. La probabilità che non siano ripagati a dovere mi rende diffidente.

Quando si cerca di vendere qualcosa l’obiettivo di ogni buon venditore non è propriamente vendere. Vendere è solo un risultato. Ogni buon venditore sa bene che prima di portare a casa una trattativa dovrà disciogliere la diffidenza di chi sta acquistando.

La stessa che ci fa divincolare tra la folla quando scorgiamo un venditore ambulante in spiaggia. La stessa che osserviamo nella signora che ci sta accanto in autobus mentre stringe al petto la sua borsa.

Se vuoi che ti stiano ad ascoltare il tuo buon nome deve precedere la tua presenza. I loro sogni devono trovare conforto nelle tue parole, in ciò che sei stato o che potresti rappresentare.

La fiducia non si compra. Né si dissimula. Deludine uno, perdine molti. Come ti comporteresti se rovinassero il tuo sogno nel cassetto?

Cos’è ragionevole?

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Se pensi che ci sia una formula magica per trattenere i tuoi clienti non è il posto giusto per trovarla. E’ vero, esistono tecniche di customer retention che ti permetteranno di procrastinare il momento della verità ma non sperare nei miracoli.

La soddisfazione di un cliente è un concetto labile, instabile sul quale non puoi pretendere un controllo totale. Tanto più quanto aumenta il grado di complessità della tua struttura aziendale.

Percezione e creazione dei giudizi di valore dipendono dal livello di ragionevolezza che i tuoi servizi/prodotti sono in grado di infondere.

Qual è il tempo ragionevole di attesa per una cena al ristorante? Fino a che punto un disservizio tecnico può essere ritenuto “naturale”? Oltre quale livello diventa irragionevole? Cos’è ragionevole e cosa non lo è?

L’unica cosa che puoi fare è limitare i danni. Per quanto tu possa sforzarti di far credere non tutti i clienti sono uguali. Il successo e la longevità della tua azienda si basano proprio sulla capacità di mascherare questa verità ai meno fortunati. E aumentare costantemente la soglia di accettazione degli altri.

La muta è necessaria e inevitabilmente dovrai lasciare qualcosa per strada se vuoi continuare a crescere.

Investire non è un costo

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Uno dei più grandi errori quando si gestisce un business è quello di dimenticare il motivo per cui si è scelto di intraprendere la via imprenditoriale. Entusiasmo, passione, vanità lasciano il posto alla pura amministrazione di ciò che si è ottenuto.

Un po’ come due amanti che, passato il fuoco iniziale, si abbandonano alla sterile procrastinazione di quel ricordo. In questa fase del business ogni elemento dell’ingranaggio è considerato una spesa.

Seth Godin ci ricorda che

There’s a huge difference between spending money on expenses and spending money to build an asset. (c’è una grande differenza tra spendere denaro per le spese e spendere denaro per costruire valore).

Connessione internet, energia elettrica, affitto dei locali possono essere annoverate come spese per una società.  Le persone non sono una spesa. Le persone crescono, creano valore, danno prestigio se siamo nella condizione di saperle valorizzare. Più di quanto loro costino realmente.

Investire non significa solo comprare qualcosa ma creare l’opportunità perché possa germogliare anche altro. L’investimento non rientra nell’equazione costi/fatturato. Se non riusciamo a capirlo potremo sempre accontentarci di un modo tra tanti per pagare le spese.

Vuoi più traffico organico? Aumenta le spese Adwords

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Titola in modo estremo Barry Schwartz su Search Engine Roundtable riassumendo i risultati di una ricerca condotta da Google “Impact Of Ranking Of Organic Search Results On The Incrementality Of Search Ads” (Impatto del ranking organico sull’incrementalità degli annunci a pagamento).

In parole povere qual è la relazione fra Adwords e SEO, in che modo un posizionamento nei motori di ricerca e la sua variazione nelle SERP può influenzare una campagna promoziona su Adwords?

Nel 2011 Google pubblicò i risultati di una ricerca, Search Ads Pause, che dimostrava come l’89% del traffico generato da annunci pubblicitari, in caso di sospensione o cancellazione della campagna Adwords, non era sostituito dai click provenienti da risultati organici. I click su Adwords sono incrementali. Lo studio però non indicava le relazioni tra annunci e ranking nelle SERP e come variava questo valore nel caso di una prima posizione organica.

Non tanto in realtà. La release aggiornata di quello studio dimostra come il 50% del traffico ottenuto tramite Adwords è incrementale ovvero non può essere sostituito da una prima posizione nelle SERP. Essere primi su Google quindi non è sufficiente. Ci sarà sempre una percentuale di click che dovremo ottenere con gli annunci a pagamento. L’incrementalità sale all’82% per le posizioni dalla 2 alla 4 e al 94% dalla 5° posizione in poi.

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Cosa dovrebbero (dis)imparare le aziende da Pinterest

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Pinterest ha messo le aziende dinanzi a un bel dilemma: produrre o condividere?

Il successo di Pinterest è tutto qui, incoraggiare una tendenza già in atto attraverso la predisposizione di strumenti tecnici in grado di favorire la condivisione di contenuti web.

Non possiamo ancora dire se sia un bene o un male. E’ un dato di fatto: le persone amano di meno produrre contenuti. Minore sforzo cognitivo in cambio di un coinvolgimento emotivo superiore. Appartengo in quanto parte di un flusso potenzialmente infinito.

Cosa dovrebbero fare le aziende? Se non produco le persone non possono condividere. Nel passaggio dagli user generated content agli user shared content sarebbe un rischio immane credere di poter fondare una strategia di web marketing sulla sterile ripubblicazione di contenuti. C’è chi sceglie di restare in superficie. C’è chi crea valore producendo cambiamenti. Decidi da che parte stare.

5 modi per ritrovare la creatività

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Creatività è un concetto astratto. Impalpabile. Come tutte le cose immateriali diventa oggetto di scherno da parte di chi non la comprende. La creatività è però qualcosa in grado di rompere gli schemi, di produrre cambiamenti.

Chi è coinvolto in circostanze che richiedono l’essere creativi si sarà ritrovato almeno una volta nella vita nella situazione di non trovare l’ispirazione. La famosa sindrome da foglio bianco che affligge gli scrittori si può estendere a chiunque lavori con le idee. Come ritrovare l’ispirazione in questi casi?

Ecco 5 modi utili per riassaporare la creatività smarrita:

1. Diversifica l’esperienza. L’abitudine non agevola. Agisce nell’ombra portando alla lunga verso uno stato di torpore dal quale è difficile riprendersi. Diversificare la propria esperienza, cambiare persone, attività, interessi e sperimentare il diverso favorisce la creazione di idee attraverso l’interazione.

2. Colleziona. Raccogli. Archivia. A volte le idee migliori possono anche sfuggirci di mano. A volte le idee migliori necessitano solo di trovare il giusto contesto d’applicazione. Raccoglierle e organizzarle, su un taccuino, online su Evernote, ci può aiutare a ritrovarle una volta che sono mature al punto da poter sbocciare.

3. Rivaluta. Quando ci guardiamo indietro o diamo un’occhiata ai nostri pensieri può capitare di trovare:

  • idee veramente pessime
  • idee buone
  • idee che si legano ad altre e favoriscano la creazione di nuove connessioni

Concediti una pausa per verificare che quello che hai partorito in passato non sia così male come lo avevi etichettato. Alcune idee hanno bisogno di tempo per poter essere digerite, hanno bisogno di tempo e distacco perché possano risultare vincenti.

4. Stacca dalla routine. Abitudine e routine sono due facce della stessa medaglia. Una è determinata dall’ozio. L’altra dalle responsabilità. La routine esiste serve ad essere produttivo non più creativi.

5. Passa più tempo con altri creativi (e tra la gente). Potrà sembrare un po’ scontato ma come mi diceva mio nonno ogni persona su questo mondo può insegnarti qualcosa. Basta che tu sia disposto ad accettarlo. Le idee non vivono in isolamento. Le idee viaggiano. Passano di bocca in bocca. Non trasformarti nel punto di rottura di un flusso senza fine.

Liberamente riadattato da un post di VanSEO design.

@iabicus anche le idee migliori falliscono. Non tutte lo sono.

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Se hai qualcosa di importante da dire fa in modo che non possano contraddirti per quello che hai mangiato il giorno prima.

Gran parte della blogosfera italiana ieri si è data appuntamento per la presentazione del nuovo motore di ricerca Volunia. Le attese erano tante, considerato anche il gran parlare che si è fatto sul carattere rivoluzionario della nuova creatura di Massimo Marchiori.

Al di la della qualità del motore di ricerca e delle sue possibilità, di cui ne parlano qui, qui e qui, nell’intreccio oramai inevitabile di tecnologia, marketing e comunicazione l’attenzione è finita sul gap strategico della conferenza di lancio. L’entusiasmo e lo spirito di rivalsa nei confronti di ciò che non è Italia si è dovuto subito ritrarre al cospetto della solita mediocrità italiana.

Perché le idee possano insinuarsi nell’immaginario delle persone è indispensabile che ciò che le circonda sappia esserne all’altezza. Le apparenze contano. “Se invento un motore di ricerca devo saperlo anche comunicare“. Ricordiamocelo.