Dentro o fuori

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Quando non si è in grado di attribuire un valore a qualcosa saremmo disposti a rinunciare a qualsiasi cosa. La condizione di tensione continua generata dall’accoppiata social network e mobile non ha fatto altro che trasferire questa incapacità anche alle relazioni sociali. Come?

Guardatevi intorno. Quando è stata l’ultima volta che avete assistito a una conversazione che non prevedesse un salto dall’altra parte. Un vediamo cosa succede su Facebook o Twitter.

Social network e smartphone hanno introdotto il concetto del multitasking non solo nella gestione dei rapporti interpersonali ma anche nella loro attuazione. Quando parlo-rido-ma-cosa-hai-combinato-in-vacanza? una porzione delle nostre attenzioni è orientata verso quello che potrebbero dire-fare-retwittare dall’altra parte.

Al punto che la partecipazione non si misura più di tanto in termini di qualità dei contributi che riusciamo a dare alla comunità quanto in termini di presenza/assenza. Esserci, comunque e ovunque, segnare il territorio, purché gli altri avvertano la nostra presenza e possano confermare l’appartenenza al gruppo.

Per quanto si riesca ad essere integrati e “digital” ogni giorno rinunciamo a porzioni di mondo. Sia che si tratti del sorriso di una donna che tenta di farsi notare mentre, camminando per il centro di Roma, stiamo partecipando su WhatsApp a una discussione sull’ultimo rigore assegnato alla Juve sia che si tratti del trending topic a cui non abbiamo dato la nostra opinione.

Attribuire e creare valore diventa una sfida alla quale sia i singoli individui che le organizzazioni (che sempre più si stanno abbandonando alla necessità di assecondare i modelli più che proporli) non possono rinunciare se vogliono dare un peso alla loro presenza, online e offline. Diventare punti fermi, riferimenti.

L’alternativa è quella di perdere il proprio tempo facendo la spola tra mondi, gruppi, cliccando Mi Piace o condividendo foto e status update, particelle anonime nel flusso continuo di aggiornamenti e passaggi.

O dentro o fuori?

La perfezione non è sempre perfetta

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Non è un mistero che una delle principali ambizioni della società moderna sia quella di toccare con mano la perfezione. Siamo coinvolti in una tensione condivisa e partecipata verso qualcosa che, per quanto oggettivamente impossibile da definire, ammalia e inibisce.

Ogni volta che siamo interpellati a darne una definizione univoca non riusciamo a esprimerci se non attraverso metriche, giudizi comparativi, una scala di valori che prevede qualcosa in più, qualcosa in meno. Va da sé che qualcosa diventi più bello, migliore o peggiore, gradevole in virtù del periodo storico, dell’età, della zona in cui viviamo, del nostro pregresso di esperienze, relazioni sociali. Una condizione replicabile qualsiasi sia l’argomento, il settore d’intervento, dalle diatribe sul miglior giocatore di sempre al mondo alle divagazioni sulla cura stilistica di un Dalì.

La perfezione, tecnicamente, non esiste. E’ un concetto artificiale. Ne siamo consapevoli. Ma laddove, frutto di uno sforzo interpretativo comune, un gruppo più o meno definito ne abbia riconosciuto la presenza, è improbabile che sia anche perfetta.

Mi trovavo nei pressi del Lago di Bracciano qualche giorno fa quando un gruppetto di ragazze decide di tuffarsi in acqua. 3 belle ragazze, quasi sicuramente delle modelle, il genere di donna che difficilmente riesce a passare inosservata. Non a caso l’intera spiaggia raggrumava in un solo occhio reattivo e preciso che disegnava una linea continua con i movimenti dei corpi delle ragazze. Una dedizione quasi giustificata se non fosse che la situazione, divenuta insostenibile per le ragazze, non ha fatto altro che precipitare in insofferenza, sproloqui, insulti reciproci, abbandono dopo appena 10 minuti.

Cosa sarebbe successo se si fosse trattato di un brand o di un’organizzazione? Gli esempi non mancano. Da Patrizia Pepe, a Algida o Fiat o Samsung e Groupalia: sono diversi i casi di scivoloni che alimentano gli amanti dell’epicfail.

Non è un mistero che ritrovarsi sotto i riflettori, più o meno meritatamente, richiede una capacità organizzativa spesso sottovalutata. Sia che ci si ritrovi al centro del vortice per i propri successi o per la propria noncuranza sarebbe saggio chiedersi quanto la nostra struttura sia stabile, quanto sia in grado di reggere l’urto, quanti occhi indiscreti sia in grado di sostenere.

Per innescare l’incendio c’è ancora bisogno di materia prima

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Siamo sempre più abituati a confondere la produzione culturale con il risultato. Questa impostazione può funzionare in termini di processo creativo nell’arte, il cui risultato può essere un quadro o un’installazione, nella scrittura, sia esso un libro o un blog, nella cinematografia con un film, nell’ingegneria automobilistica con il nuovo modello della Fiat. Dimensioni che prevedono comunque una realizzazione fisica o virtuale che sia.

La produzione culturale invece non prevede la realizzazione ma trova il suo fine nel processo stesso di creazione. Convive con concetti di socialità, interazione, formazione, sviluppo della coscienza. Diventa quindi impossibile stabilirne obiettivi e tracciarne in qualche modo i confini. Laddove non ci sia la capacità di dare vita a idee, relazioni e processi si innestano le lamentele per la pochezza della TV berlusconiana o l’invettiva nazional-popolare di Grillo. Noi italiani siamo abituati oramai da tempo a conviverci.

L’ecosistema Italia non premia le intenzioni, più o meno condivisibili, tanto meno il merito di chi avrebbe le qualità per proporle. Dall’altra parte della barricata c’è però chi attacca, inveisce, sbraita come un animale ansimante e riesce a trovare legittimazione e consenso proprio in virtù del riconoscimento del valore della retorica e dell’apparenza. Esisto perché presenzio.

Il broadcasting mascherato da pratica orizzontale, la comunicazione uno-a-molti-senza-diritto-di-replica-ma-in-cui-i -molti-si-riconoscono-sperando-di-non-dover-intervenire-attivamente-lasciando-all’altro-tutto-il peso-delle-responsabilità è il nuovo paradigma che l’Italia ha adottato. Condivisione ma senza partecipazione.

Cosa sono d’altronde il web, Twitter e Facebook se non una illusione, un supporto al potere inattaccabile della TV, un modo per gettare il sasso nascondendo la mano? Per innescare l’incendio c’è ancora bisogno di materia prima. Troviamola!

Chi è senza peccato scagli per primo la pietra

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Non c’è nulla che sia capace di aggregare le persone più della moralità e della sua difesa.

In un mondo che respira a intervalli di 140 caratteri, però, non c’è più solo bisogno di passioni che sappiano stuzzicare l’interesse ma di simboli che possano cristallizzare quell’interesse, lo rendano reale perché riconoscibile e condiviso.

Individuare l’anello debole o il potenziale nemico, incarnare un valore (positivo o negativo) e immolarsi a emuli, scagliare la pietra e trovare dei sostenitori. E’ quello che un community manager o qualsiasi social media marketing specialist può imparare dalla buffa storia di Makati che ha coinvolto alcune fashion blogger.

In breve, come riportato sul sito ITFB:

Il 22 Gennaio ITFB pubblica un articolo dal titolo Saluti da Makati, dove segnala un fenomeno molto strano. Pagine Facebook di blogger che aumentano i propri fan a dismisura nel giro di pochi giorni e che – contemporaneamente – hanno come centro di interesse paesi del tutto fuori dal nostro settore. Albania, Brasile, Filippine solo per citarne alcuni.

A distanza di poche ore sono già moltissimi i consensi che riceviamo relativamente a questa semplice constatazione della realtà che chiunque può fare aprendo le statistiche della pagina che si desidera analizzare. Sono dati pubblici.

Contemporanemente a ciò, alcune blogger – ne citiamo alcune : Zagufashion, Fashionsinner, ma ce ne sono diverse altre – si scagliano contro di noi e contro l’ autrice dell’articolo, accusandoci di aver pubblicato i loro dati riservati senza autorizzazione. E di aver tratto conclusioni errate. (Potete trovare tutti i messaggi – pubblici anche questi – sulla nostra pagina ufficiale, cliccando ‘elementi condivisi’ sul post ’Saluti da Makati’)

Potete approfondire, nell’ordine, qui, qui e qui. Nulla di eccezionale in sé dato che si parla di una pratica diffusa da tempo, quella dell’acquisto di fan su Facebook, facile da riconoscere (da chi pianifica o sceglie i suoi canali promozionali) ma che offre un grande insegnamento su come smuovere le masse, creare interesse, sollevare polveroni, fare numeri con consensi e dissensi. L’indignazione ha la scheggia facile. Utilizzatela a vostro favore e solleverete il mondo.

Acquistare fan su Facebook o recensioni su TripAdvisor, concordare markette, barattare premi e partecipazioni ad eventi, pagare la stecca per acquisire un nuovo cliente. E’ un mondo di sciacalli e non lo si può giustificare. Ma non facciamo le santarelline.

Prova a prendermi

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Con benchmark o, più spesso e coerentemente con la voce inglese “benchmarking”, in economia si intende una metodologia basata sul confronto sistematico che permette alle aziende che lo applicano di compararsi con le migliori e soprattutto di apprendere da queste per migliorare. Fonte: Wikipedia

Comparare, però, è ben lontano da imitare. Un tranello in cui le organizzazioni rischiano spesso di cadere. Posizionamento, analisi comparativa, determinazione del target, aggressione dello spazio fisico. Non è un competitor, si finisce per ripetere a se stessi per esorcizzare anche solo lontanamente l’emulazione. Esorcizzare non cambia la realtà delle cose.

Tra illusione di non ricalcare i passi dell’altro e desiderio di superarne i successi, o presunti tali, le organizzazioni vivono corse, e rincorse, a caccia di numeri e obiettivi magari improduttivi. Perché tarati su strategie di marketing differenti (quelle dei competitor). Ognuno ha una propria specificità, o dovrebbe ambire ad averla.

L’approvazione  (una delle poche metriche di valutazione del successo) nasce da quanto riusciamo a distinguerci all’interno di uno specifico campo di valori. Chi siamo e cosa siamo per i nostri clienti. Capire in che modo si può essere determinanti per gli altri (clienti e partner) è di gran lunga più importante che far mangiare la polvere a chi compete nello stesso mercato.

Il marketing delle piccole cose

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Ogni giorno abbiamo qualcosa di nuovo da imparare. Soprattutto da chi non ci saremmo mai aspettati di poter ricevere degli insegnamenti. Me lo ricordava spesso mio nonno e devo dire che non avesse poi tutti i torti.

Qualche giorno fa leggevo un bel post di Seth Godin, Ridiculous is the new remarkable, sul fatto che in un mercato saturo e caratterizzato da un overload informativa non basta spingere in pubblicità per essere notati. Quando un prodotto o un servizio sono “remarkable“, degni di nota, la logica della promozione lascia il posto alla magia del passaparola spontaneo.

La domanda da un milione di dollari che si pone qualsiasi responsabile marketing è quindi: come faccio a farmi notare? In che modo i miei prodotti possono essere degni di nota?

Qui entra in gioco il meccanico di un’autofficina di Roma in cui alcuni mesi fa ho fatto una revisione. In che modo, direte?

Rientrando a casa ieri sera trovo nella cassetta della posta un biglietto d’auguri, graficamente discutibile, ma firmato a mano con una biro. Nulla di preconfezionato, quindi. Un pensiero spontaneo e INATTESO da qualcuno che sinceramente neanche ricordavo di aver mai incontrato e che sarebbe rimasto nell’anonimato fino a ieri.

Pensate che dietro l’operazione ci sia un reparto marketing, analisi e ore di riunioni, previsioni di vendita, report, intuizioni grafiche e ritocchi Photoshop? Nulla di tutto questo. Solo un pizzico di attenzione nei confronti di chi ci ha scelto. Il marketing è fatto anche di piccole cose.  Un gesto umano e vero può essere remarkable. Dovremmo ricordarcelo più spesso. Buon Natale anche a Voi!

Turismo online: fotografia di un settore in cerca di se stesso

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Non c’è solo la crisi. Non ci si sarebbe potuti aspettare di meglio da un’edizione della BTO 2012 che, pur dovendo fare i conti con le difficoltà del momento, ha mostrato la tenacia di albergatori e attori del settore turistico.

Una determinazione che stride un po’ con la situazione di rigore politico del paese che di certo non aiuta quelle realtà in grado di comprendere come l’unico modo di poter uscire dal tunnel sia quello di sperimentare e innovare.

A parte ciò è stato un piacere constatare che, indipendentemente dalle dimensioni delle realtà imprenditoriali, il minimo comune denominatore sia appunto investire, e investire sul web. Ma come? E soprattutto per cosa?

E’ su questo punto che si riscontrano i dubbi maggiori. Laddove si dovrebbero cercare soluzioni per aumentare i fatturati, integrare i servizi, assicurare la retention e quant’altro si finisce il più delle volte per parlare di canali e comunicazione. Come se la distribuzione potesse in qualche modo da sola vincere la partita. Come se si cercasse di mascherare volutamente una parte dei doveri (assistenza, qualità dei servizi, presenza sul territorio, disponibilità durante il soggiorno) per concentrarsi sulla parte più interessante e “visibile” del marketing. Vendere, vendere, vendere.

Ecco allora che in questo spaccato s’insidiano odio e invidia nei confronti delle OTA, acerrime nemiche della tradizione alberghiera. Sentimento non nuovo dato che la percezione storica è quella di attori che facendo leva sui sacrifici del lavoro “reale” di chi gestisce un hotel riescono ad ottenere marginalità elevate con il minimo sforzo.

Alle online travel agency si è aggiunta una nuova espressione del male incarnata dai siti di coupon come LetsBonus, Groupon e Groupalia sui quali circolano voci degne dei racconti della Rowling. Creature demoniache e larve della peggior specie in grado di recrutare adepti sordidi dai quali stare ben alla larga. No, io “di quelli” non ne voglio.

E’ vero che sia difficile se non impossibile fidelizzare un cliente che acquista su siti di flash deals. E’ vero che i margini di guadagno dell’albergo siano minimi se non nulli. Ma è anche vero che si tratta di scelte e che, in quanto tali, vanno supportate in maniera coerente durante tutta la fase del viaggio: dalla prenotazione e acquisto fino a quando il cliente ci dice “Arrivederci“.

Ah, ma dimenticavo che un cliente flash deals (anche se siamo stati noi ad avvicinarlo con una promozione su Groupon o Groupalia) è un cliente di serie B e come tale va trattato.  A sua volta però ricordate che “quei tipi di clienti” non vedranno l’ora di “sputtanarvi” in rete per il ben servito.

La reputazione non è un risultato, non è un obiettivo da raggiungere ma un processo da alimentare. Alle sue spalle ha una storia di attenzioni, esigenze soddisfatte, presenza, risposte e ammissioni di colpa (eventualmente), trasparenza e rispetto.

Prima di pensare a come e dove investire sarebbe quindi sensato interrogarsi su come sia possibile dare valore all’esperienza di viaggio. Qual è il valore percepito della nostra struttura alberghiera o dei servizi turistici collegati?

Il web in questo di certo non ha aiutato creando una sorta di livello impalpabile entro il quale le realtà turistiche hanno pensato di poter galleggiare con il minimo intervento. Che tradotto in termini operativi significa fare un sito, aprire una pagina fan su Facebook e pubblicare qualche contenuto di tanto in tanto. Semplice quindi confondere la reputation con i contenuti.

Non si tratta di offline e online. La questione principale è come raggiungere i clienti e fare in modo che ritornino. Ci vediamo nel 2013.

 

Come uscire da una penalizzazione di Google Penguin [una storia vera]

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Sono sincero, vi auguro di non incapparci mai. Scontrarsi con una penalizzazione Google è come restare impantanati nelle sabbie mobili.

Significa addormentarsi cercando di allontanare i fantasmi di un link innaturale e esser svegliati dalla voce tuonante del cliente che vi ricorda che ogni mese-sta-rimpinguando-il-vostro-conto-bancario per dei fantomatici servizi SEO che avrebbero dovuto portare il suo sito quantomeno in prima pagina di Google.

Ma partiamo dall’inizio. La storia (o l’incubo, a voi l’attribuzione) comincia il 26 giugno 2012 con una notifica sui Webmaster Tool: Google Webmaster Tools notice of detected unnatural links to: ……..

Non avete neanche il tempo di terminare l’ultima sillaba della notifica che avete già il webmaster del cliente in conference su Skype per chiedervi cosa sia successo, quali saranno gli effetti sul posizionamento e come fare per risolvere la questione.

Sono attimi ma bastano a ledere le certezze che vi hanno accompagnato fino a quel momento. Nessun uomo è mai sicuro di se stesso, soprattutto se non può averne il controllo.

Ripercorrerete ogni singolo momento delle vostre attività, ritorneranno in mente sorrisi, mail inviate, ricevute e mai spedite, sperimenterete la percezione pranica e rivedrete movimenti delle dita, link voluti, tentazioni mai soddisfatte e tentazioni a cui vi sareste concessi se solo se. Se solo foste in grado di ricordare di averne mai avute.

Vedrete widget replicati, footer link anonimi e isolati, anchor text che aspirano a un senso che mai potranno ottenere e la carne da macello di milioni di sidebar link in attesa del giudizio universale.

La lucidità poi vi farà visita per ricordarvi che siete sempre stato un uomo migliore e che il SEO che abita in voi non è mai sceso a compromessi (salvo quella volta che vi hanno offerto un link nascosto su un sito PR8 reale e non avete potuto resistere. Ma questa è un’altra storia).

Guardatevi intorno. Il mondo non è un bel posto in cui vivere. Corruzione, falsità e menzogne, tradimenti, scandali. Sebbene abbiate sempre pensato che il web fosse lontano anni luce dalla realtà a cui eravate abituati sapete che non è così e che il Dio denaro, anche quando assume le sembianze di un risultato di ricerca (ranking migliore significa maggior traffico significa maggiori guadagni) non fa sconti e accetta anche compromessi. Le “porcate” (keyword stuffing e link su anchor text nascosti)  sono vizi diffusi e magari prima o poi capiterà anche a voi di dover riparare agli errori di chi vi ha preceduto.

Come riuscire a far capire ad un cliente che la penalizzazione è frutto di una cattiva gestione delle attività di link building da parte della SEO agency che aveva in cura il sito web prima di voi e che, per ripicca, per invidia, per palese inferiorità o semplicemente per occupare il tempo, ha voluto rincarare la dose con una buona dose di link spam e link building negativa?

Impossibile. Bisogna solo confidare nella pazienza delle persone e nella propria professionalità che in un modo o nell’altro negli anni vi ha permesso di farvi un nome e delle referenze di peso.

La negative SEO esiste. E pare che quelli di Google non sappiano ancora come gestirla. Oggi è molto semplice, e Penguin non ha fatto altro che favorire gli effetti negativi di questa pratica, pompare un sito web con milioni di link provenienti da domini puliti e referenziati. Se operate in un settore altamente competitivo (fare SEO nel settore immobiliare lo è) ci saranno competitors che non avranno scrupoli ad acquistare link pur di mettervi fuori gioco per un paio di mesi. Google è ancora un giocattolo perfezionabile. Dopo aver appurato che anche il web è un posto di merda (scusate il termine) e che qualcuno sta provando a boicottarvi, dovrete bonificare e sperare che gli sforzi vengano premiati nel più breve tempo possibile. Nell’ordine vi ritroverete a:

  • verificare nuovamente il profilo di link che vi è stato dato in eredità
  • vivisezionare più di una volta ogni singolo link e tralasciare quelli più “naturali” a vostro avviso
  • ripetere la stessa operazione migliaia di volte (quei numeri che vedete nell’immagine sono solo l’ultima parte di un lavoro di oltre 4 mesi. In passato il primo valore aveva altre 3 cifre prima della virgola.)
  • contattare personalmente web master dei siti web che hanno inserito dei link verso il sito che state curando e richiedere la rimozione dei link sospetti
  • segnalare a Google, tramite l’apposito tool Webspam report, siti web sospetti che presentano dei backlink verso il vostro sito
  • fare una richiesta di riconsiderazione a Google descrivendo, nei minimi dettagli tutti i backlink sospetti che avete individuato e le operazioni che avete effettuato.

Non pensate che sia finita qui ovviamente. La costanza e la forza d’animo fanno di un SEO un SEO con le palle. Avete subito una penalizzazione? Preparatevi a comunicazioni di questo tipo: Richiesta di riconsiderazione per http://www.miosito.com/: il sito vìola le norme sulla qualità di Google Le tappe del calvario:

  • 26/06/2012: prima richiesta e report completo su backlinks e azioni intraprese 04/07/2012: il sito viola le norme sulla qualità di Google
  • 26/07/2012: prima richiesta e report completo su backlinks e azioni intraprese 26/09/2012: il sito viola le norme sulla qualità di Google
  • 03/10/2012: ennesima richiesta di riconsiderazione, report completo su backlinks innaturali creati da altra SEO agency e  promessa di 6 mesi di castità in caso di esito positivo

Preferisco evitare le considerazioni in merito. Sarebbero inutili perché bisognerebbe sprecare voci di denuncia nei confronti di un sistema, Google, che veicola vite, successi e insuccessi e che muove denaro, senza ottenere risposta.

Ci si aspetterebbe, quantomeno, che un modello di business come quello del posizionamento nei motori di ricerca potesse contare su un livello di accuratezza superiore e su un sistema di segnalazione/risposta più reattivo.

Le aziende che investono e i navigatori web che credono di ritrovarsi dinanzi a risultati di ricerca nelle SERP coerenti e di qualità necessiterebbero di un rispetto maggiore di quello concesso.

Soprattutto se una Richiesta di riconsiderazione per http://www.miosito.com/: intervento manuale antispam revocato ti comunica che il sito web su cui hai lavorato è stato oggetto di un intervento manuale. Mi viene da pensare che l’uomo ha confermato per l’ennesima volta la sua stupidità nei confronti della macchina.

Ma poi apro Google Analytics, faccio un refresh dei posizionamenti del sito web oggetto della penalizzazione, ripenso ai tempi bui e lascio che la voce del cliente che ripete ottimo-lavoro-Luca-confermiamo-il-contratto-e-la-consulenza-seo-per-altri-12-mesi reciti il ruolo di protagonista. Se lo merita.

A proposito di responsive business

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Maradona è stato il miglior calciatore di tutti i tempi. Non provate a fare confronti. La sua dote? Velocità di pensiero, dicono in molti. Una capacità straordinaria di trasformare in azione quello che dettava la mente. Tempi di risposta alle circostanze fuori dal comune. Nessuna intermediazione quindi, un rapporto diretto tra desiderio e sua realizzazione.

Se nel calcio questa qualità deve essere innata, in molti altri settori è possibile allenarla se non ricrearla. In un’epoca in cui il tempo è un suppellettile da tenere sul comodino anche le organizzazioni devono trovare il modo di adattarsi a questo nuovo paradigma. Flessibilità , velocità di adattamento alle situazioni, comprensione e interazione con con gli eventi. Il tutto in tempo reale.

La vita moderna richiede reattività e prontezza se vogliamo avere successo. Ancor prima che tu possa soffermarti a pensare ci saranno 10 milioni di persone che avranno avuto la tua stessa idea. Solo in poche sapranno adattarsi alle avversità, superare gli ostacoli e arrivare alla meta. E’ il momento del responsive business. La sfida è aperta.

Lezioni a margine di uno #IABforum

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Quando non hai l’asso in squadra lavora di polmoni e corsa. Sembra questo il filo conduttore di questa edizione della fiera milanese. Edizione sotto tono e senza colpi di scena. La crisi probabilmente ha colpito anche il web e aziende e fornitori hanno dovuto inevitabilmente adattarsi.

Niente sprechi e attenzione incentrata su contatti e nuove opportunità di business. Da chiudere in fretta possibilmente. La percezione è che non ci siano più le risorse per inventare o stupire e, a parte qualche eccezione simpatica come i tortellini e vino di 24media.it, l’andazzo generale sia quello dell’oculatezza.

Mediocre nel complesso anche il livello degli speech dove si evita a priori l’analisi e la profondità a favore di markette spudorate travestite da workshop o casi di studio. dove il cliente di turno, più o meno soddisfatto, si limita a decantare le presunte qualità della web agency con cui ha firmato un contratto.

Forse bisognerebbe uscire dal velo di austerità in cui continuiamo a rintanarci e far capire in qualche modo quello che facciamo realmente. Cos’è la SEO, come integrarla nelle strategie di marketing, come abbiamo ottenuto i nostri risultati, su quali mercati abbiamo operato e quali erano le difficoltà che abbiamo affrontato. Gli interventi risulterebbero più interessanti, anche per i non addetti ai lavori e non sarebbe così facile accostare quell-individuo-che-parla-al-microfono al format della televendita.

In un momento in cui diventa difficile a priori vendere sembra che la risposta di web agency e fornitori di servizi accessori sia sintetizzabile in una sola parola: piattaforma. Conversion tale, dotADV, All in one social, cubeyou (e non ricordo le altre) sono solo alcune delle sigle in giro per gli stand. Un modo per accostare al concetto astratto di marketing la forza e la visibilità di numeri e dati statistici.

Al di la di ciò una costante, e una conferma per chi ancora nutrisse dei dubbi. La donna è forse uno degli strumenti di marketing in grado di garantire conversion rate soddisfacenti. Palma d’oro alle scelte stilistiche dello stand 77agency. Passateci e fatemi sapere.