Perché adoro Google Penguin

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Nella storia dei motori di ricerca ogni aggiornamento di algoritmo ha portato dei cambiamenti nel modo di lavorare sul web. Da quello che ricordo, però, nulla ha avuto un effetto così profondo, invasivo e totalizzante nell’atteggiamento di SEO, blogger professionisti e non.

Penguin ha infatti dato vita ad una senso di smarrimento generale facendo vacillare quelle certezze su cui molti avevano fondato il loro successo. In particolar modo è cambiato l’approccio alla crescita della link popularity a causa di un generalizzato timore nei confronti del link stesso.

Il Pinguino ha avuto lo stesso effetto che una goccia d’acqua produce su una comunità di formiche. Un fuggi fuggi scriteriato in cerca di un riparo di fortuna.

La risposta alla dispersione ha portato nuove credenze popolari e religioni che stigmatizzavano l’anchor text secco in favore di link “sporchi” contenenti più di un solo termine.

Abbiamo visto sorgere la tribù del “dobbiamo assolutamente inserire il brand nell’anchor text” salvo ricredersi in virtù delle linee guida di Google sui link a pagamento oppure i focolai dei puristi per cui l’anchor text è URL (http://www.nomedominio.it). Punto.

Laddove finisce il sapere comincia il nostro fantasticare.

Aspetto mistico a parte, inevitabile nei momenti di cambiamento e di crisi, Penguin ha permesso di rafforzare il concetto per cui esistono più strade per raggiungere un risultato. Nessuna verità assoluta, dunque.

Ha risvegliato in questo modo un aspetto, quello creativo, che molti SEO avevano dimenticato di possedere insabbiandosi in pratiche autoreferenziali, tra sovra-ottimizzazione e link pompati.

In qualche modo, almeno teoricamente, ha rilanciato nel mondo SEO l’idea per cui la naturalezza e la spontaneità sono valori imprescindibili e stimolato la ricerca di alternative all’acquisto dei link.

Rendetevi interessanti, quindi. A voi la sfida.

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