Google Plus, ranking e qualità dei contenuti web

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Cosa fa di un’informazione, conoscenza. Cosa trasforma la conoscenza in cultura. E’ quello che verrebbe da chiedersi se ognuno di noi avesse una coscienza critica in grado di elaborare gli eventi per quello che non sono, per quello che rappresentano al di la del loro utilizzo.

Da alcuni giorni Google Plus è in mezzo a noi, e per quanto non è detto che possa modificare il nostro modo di fare rete, ha inaugurato una rivoluzione nel modo di trovare le informazioni sul web. Accantonando, probabilmente, alcune certezze a cui ci siamo affidati fino ad oggi per lasciar spazio a suggerimenti e raccomandazioni. Cosa significa? Risultati di ricerca “modificati” sulla base delle preferenze dei propri amici e della propria rete sociale.

C’è chi pensa che la Social Search non lascerà spazio ai “ruba galline che nel 2011 vendono il posizionamento garantito come 1kg di frutta e 2kg di verdura”, c’è chi si preoccupa che nella sfida a colpi di Like, +1 e quant’altro a farne le spese sarà la qualità dei contenuti.

Se un sistema non stimola e ricompensa la qualità, è difficile che questa venga riconosciuta come valore condiviso. Tanto più che venga utilizzata come elemento per emergere.

Se una preferenza, più o meno artificiale (mi riferisco ad un Like su Facebook o all’impulsività di un retweet) dovesse assumere un valore superiore rispetto ai criteri di valutazione ai quali i motori di ricerca ci hanno abituato fino ad oggi non penso che markettari e uomini di business si facciano degli scrupoli pur di comparire in prima pagina.

La qualità, spesso, non paga. L’accostamento tra meritocrazia e Italia, purtroppo, viene naturale. Che sia un principio che Google ha sposato, nonostante il Panda, pur di rivaleggiare con il suo recente nemico (Facebook)?

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