Non chiamatela Italia

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Vado fuori traccia rispetto ai temi di questo blog. Per una volta non me ne vogliate. Che fosse un paese per vecchi lo avevamo capito da tempo. Non è solo un luogo comune cristallizzato negli ingranaggi del sistema Italia. Per quanto possa infastidire abbiamo contribuito a crearlo. Servivano gli slanci rivoluzionari degli studenti per confermare la tendenza? O portarla ad una maggiore attenzione? Ho qualche dubbio.

Esistono verità che non possono essere taciute. Bussano, dapprima, cercando d’insinuarsi nelle voci di chi solitamente predilige la rinuncia. Pensando che la strada più semplice da percorrere, andare via dall’Italia, sia anche quella più generosa. Sopravvivono, certe verità, nascondendosi magari. Rimbalzano nel sottosuolo in cerca di un canale in cui possano trovare la forma che meritano.

In un sistema marcio ci hanno spinto a credere che le manifestazioni singolari di disagio siano soltanto degli esempi di protagonismo individuale da biasimare. Potrebbero anche esserlo. Ma gesti radicali, come quello di Paola Caruso, ad esempio, hanno radici profonde. Sono il tentativo estremo di emersione.

Devo ammetterlo. Più volte anche io ho meditato l‘abbandono. Per pigrizia, per paura. E’ indegno che una nazione educhi il proprio futuro ad avvertire la rinuncia come salvezza. Travisando il diritto a rimanere come un compromesso da siglare tacitamente con il sistema.

Come può una nazione guardare avanti quando la si priva della capacità di sognare? C’è un filo conduttore in quello che sta avvenendo in Italia. E’ inevitabile. E’ una legge di causa-effetto.

Lo si vede negli sguardi della gente, nelle parole di chi non sa più ascoltare, nel bieco individualismo di cui ci stiamo ammalando. Un fotti prima che ti fottano transitivo. Una perenne condizione di allerta che ci rende sospettosi ed estranei l’un l’altro.

Ho cercato di dare una giustificazione razionale alla mia crescente repulsione nei confronti dell’Italia. Il rischio, nelle delusioni, è quello di cadere nelle generalizzazioni. Ma fin troppo spesso abbiamo abbassato il capo nel dubbio di essere in difetto. E’ quello che ci hanno insegnato a credere. E’ un modo meschino di imporre le proprie posizioni. E dettare regole e modelli.

Condizioni da accettare non per volontà ma per sfinimento. Attitudine al compromesso. Per avere, magari in futuro, l’opportunità di ripagare altri con la stessa moneta.

L’Italia, oggi, è solo un misero paese per vecchi. Non chiamatela Italia.

One thought on “Non chiamatela Italia

  1. mettere in gioco le proprie certezze, allontanarsi da famiglia e amici per cercare di andare avanti, cercare un domani migliore per te e per i figli che verranno. o il piu delle volte cercare un domani, qualunque sia purche ve ne sia uno.
    poter poi loro dire: tieni, questo e’ il miglior futuro che io sia riuscito a darti. anche questo si chiama coraggio.
    ho provato a cambiare questa italietta pigra, che cerca sempre di fotterti come ben dici, che fa rivoluzioni da dietro una scrivania. non ci son riuscito.
    ho provato a cambiare questa italietta indegna di me e dei miei sforzi.

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