Web, democrazia e altri passatempi del potere

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Sabato 29 maggio, Firenze. Si parla di web e democrazia. Parlarne, per lo meno, non lascia in bocca l’amaro delle occasioni mancate. Nessun rimpianto, anche se il leitmotiv, all’esterno, sembra quello di un generale lassismo, come se la convinzione fosse quella (non così remota, a mio modo di vedere) che le cose si risolveranno con un nulla di fatto. Nonostante tutto.

La rete può veramente influenzare il modo di fare politica? O per essere ancora più utopistici può aiutarci a cambiare il mondo? Se, come spesso avviene, la rete, intesa come luogo altro del creare relazioni, segue le dinamiche dei salotti politici è difficile che qualcosa di diverso accada .

Esistono tre aspetti sui quali riflettere:

accesso, creazione dei contenuti e loro diffusione.

Limitare le potenzialità di uno solo dei tre creerebbe uno squilibrio nelle dinamiche di circolazione della verità tale da agevolare il gioco di chi detiene il potere.

Una situazione in cui la disparità fra le parti in gioco permetterebbe di controllare (o deviare) agevolmente il modo in cui viene creata o diffusa l’informazione. Come ricorda Zambardino il filtro è una tentazione latente dell’establishment. Al di là di quale aspetto vada ad interessare. In Italia si cerca di colpirli in maniera indifferenziata (vedi quiqui).

Secondo Marco Pratellesi “la disintermediazione può essere utilizzata dalla politica per evitare il giornalismo scomodo e creare un rapporto diretto col cittadino” .

Senza centri di controllo o contraddittorio, l’informazione diventerebbe una pratica vuota, sterile propaganda.

Il nocciolo della questione (e del dibattito) si sposta sulla necessità della trasparenza dei dati pubblici.  Il potere pubblico ha il dovere della trasparenza – Zambardino.

Il buon esempio viene dalla Svezia, uno dei pochi paesi che pubblica online gli stipendi dei politici. Ma come fa notare ironicamente Magnus Eriksson: “il buon cibo è il frutto di una cultura che viene dalla terra (l’Italia). Noi siamo bravi in altro“. Probabilmente dovremmo disimparare l’arte della cucina e dedicarci a qualcosa di più determinante per il nostro futuro di cittadini consapevoli e di uomini liberi.

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