Minigonne e business, come (s)vendere il proprio brand

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Per vendere occorre farsi vedere. Certo, ma fino a che punto? La tendenza al confronto ed alla condivisione, tipiche del web 2.0, stanno abituando le aziende ad una certa apertura nei confronti del cliente.

Occorre tenere a freno l’entusiasmo. Valutare. Guardarsi intorno. Ed agire con cautela. Il rischio sarebbe quello di esporsi eccessivamente agli occhi indiscreti del mercato o essere fraintesi. Azioni avventate potrebbero rivelarsi controproducenti. Causare cadute di stile irrecuperabili.

Il dubbio è sorto la scorsa settimana in occasione di un seminario su processi di vendita e metodologie di promozione, 2.0 e non. In una platea a dominanza maschile si aggiravano alcuni account di sesso femminile dall’abbigliamento “stravagante”. Non vi nascondo che tacchi a spillo e calze a rete sono un ottimo specchietto per le allodole. Ed un buon metodo per consegnare biglietti da visita in maniera spregiudicata.

Il punto. L’apertura verso i social media può funzionare. Sempre che si agisca con pudore, verso se stessi e gli altri. Nell’era in cui chiunque è un media, come dice Valeria Maltoni, è come se fosse l’azienda stessa a parlare. O a lanciare sguardi ammiccanti e fare moine all’amministratore di turno.

Così come potrebbero veicolare l’immagine aziendale, i media sociali potrebbero amplificarne i difetti.

La trasparenza presuppone fattori di rischio che devono essere accompagnati da una sostanziale spregiudicatezza. E dalla consapevolezza che potrebbe essere travisata. Se non puoi controllarli impara almeno come gestirli.

Inizialmente avrei voluto aprire questo post con una domanda. La dignità è un valore condiviso o è solo una costruzione mentale alla quale alcuni di noi si abbandonano per conservare una condizione di decoro accettabile? Può valere anche per il mondo business? A voi le conclusioni.

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