Fate piano. Qualcuno vuole ancora ascoltare

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Non è un bel periodo, lo ammetto, e come spesso accade a molti, anche da queste parti l’entusiasmo iniziale si trasforma in disillusione “e lascia, rifluendo, sul mio labbro corrucciato, il ricordo cocente del suo fango amaro”. Baudelaire si sarebbe pronunciato in questo modo.

Un post è un sasso lanciato nella folla. Una testimonianza affidata alla rete nella speranza che possa germogliare. Il timore che possa restare inascoltata però, oggi, come non mai, è enorme.

Perché? Blogging e aggiornamento di stato, per quanto ne dicano puristi ed early adopters, viaggiano a braccetto. Ma non solo. Il rumore, i numeri, il traffico diventano fattori di contaminazione tali per cui, un fenomeno come quello delle content farms, rischia di trasformare l’arte del blog in qualcosa di artificiale.

Nel rumore generato è inevitabile che molte voci, anche valide, vengano ignorate. La possibilità di emergere viene quasi azzerata.

Se c’è troppo rumore è perché in questa stanza si contano troppe teste. O forse perché troppe voci cercano di superarsi l’un l’altra. La virilità è la leva sulla quale giocare il proprio successo. Presenza, esuberanza fisica, esagerazione si traducono in un’incontinenza emotiva della quale non abbiamo bisogno. E probabilmente di cui non hai bisogno neanche tu.

Fermati un attimo, interrompi il flusso autoreferenziale. Non avverti già la necessità di ascoltare. Riflettere. Elaborare. Beh, se non è così, torna anche alla tua giostra. Hai tutta la mia compassione.




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