Facebook: se anche i tuoi amici diventano clienti (o della mercificazione dei sentimenti)

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Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne.

Ma ogni individuo è soprattutto una voce, eco, slogan. Mi dissero di ripeterlo affinché me ne potessi convincere. Mi dissero di condividerlo perché potessero diffonderlo. Mi dissero di negarlo se non fosse stato gradito.

Ne discutevo ieri insieme a @Sara_LovingTW. Condivisione, sapere collettivo, collaborazione sono termini che risuonano diversamente nell’ambiente sociale in cui ci immergiamo ogni giorno. Facebook e le reti sociali online hanno dato un senso nuovo a questi concetti, travisandone l’essenza.

Un tempo le conversazioni nascevano spontaneamente sulla base di stimoli esterni o di necessità personali più o meno indotte. Allo stesso modo era possibile distinguere la gamma di sfumature che un suggerimento poteva assumere. Ne riuscivi a cogliere la partecipazione in un ritornello che faceva ribollire il sangue, la nostalgia di chi ricordava la sigla di un vecchio cartone animato o la paura nell’affrontare una scelta decisiva.

Ma se tutto questo fosse inghiottito nel vortice della promozione personale, se emozioni, voci, singhiozzi diventassero  una concentrazione indefinita di link, immagini e video?  Se la materia della quotidianità  fosse la merce di scambio ancor prima che l’elemento attraverso il quale definiamo le identità o percepiamo gli altri, avrebbe ancora senso distinguere tra amici, conoscenti, amanti?  O dovremmo semplicemente parlare di audience, ascoltatori, pubblico e sezionare la gamma di conoscenze in segmenti ai quali offrire porzioni di brand personale?

La visibilità è diventata il minimo comune denominatore attorno a cui ruotano le interazioni online. L’attualità pretende una presenza che supera la complessità delle gradazioni, siate così cortesi da non ostacolarne il passo.

Vivete in funzione di quanto possiate raccogliere, esponete anche la vostra intimità, se lo desiderate. Ogni amico è anche un cliente. Non dimenticatelo.

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