Il lato oscuro di Twitter

Standard

Pensavo fosse semplicemente una percezione personale ed era per questo che avevo evitato (rimandato) di parlarne. Almeno fino a quando non avrei potuto confrontare e confermare una sensazione che man mano si faceva più palpabile.

Real time web. In molti oramai ne parlano e su Apogeo Tommaso Sorchiotti ne fa una bella ed esaustiva analisi. Si tratta del web delle conversazioni in tempo reale, una nuova forma di comunicare online. Twitter ne è in un certo senso la punta di diamante.

Se, da un lato, indubbiamente la piattaforma di microblogging non può che esaltare addetti ai lavori e non, grazie alle molteplici possibilità applicative, dal giornalismo alla pubblica amministrazione al mondo aziendale, dall’altro ci sono aspetti sui quali bisognerebbe soffermarsi.

Twitter: odio e amore. Ieri mi sono imbattuto per caso in questo post di David Rock, Why millions of brains love (and hate) Twitter. I motivi, più o meno risaputi, per cui Twitter si sta diffondendo a macchia d’olio nel mondo sono riconducibili ad una certa affinità con Google: dalla facilità di utilizzo, al design semplice e lineare delle pagine web, alla possibilità di consultare (e soffermarsi) velocemente una grossa mole di informazioni. A questo si aggiungano la predisposizione a socializzare degli utenti ed il campo d’azione che Twitter ne mette a disposizione oltre alla tendenza individuale ad accrescere il proprio status (o brand). Su Twitter chiunque ha la possibilità di sentirsi importante. E non dite di non provare un leggero tremore ogni qualvolta qualcuno vi aggiunge fra i propri following o retwitta qualcosa che avete rilanciato online.

C’è però una parte “oscura” di Twitter alla quale fatichiamo a dare valore (e voce) o che semplicemente non riusciamo a percepire. Una sorta di “sbornia” digitale alla quale ci si abbandona piacevolmente. Secondo Rock, la tipologia di media imbriglia il cervello in uno stato di insoddisfazione continua spingendolo costantemente alla ricerca di nuove informazioni.

Qualcosa del genere a quello che provo puntualmente ogni qualvolta mi ritrovo a cercare informazioni su Twitter, salvo poi ritirarmi “confuso”, ma non necessariamente deluso, in un silenzio a cui non avrei pensato minimamente. Che si tratti di uno stimolo eccessivo a cui il cervello non sa opporre una valida difesa o di una incapacità nella gestione della mole di informazioni è necessaria una cura: un utilizzo consapevole e moderato.

Le conversazioni potrebbero esplodere in una moltitudine di spazi in cui sarebbe impossibile continuare a tenerne traccia.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

19 − fifteen =