Uno conosce qualcuno che conosce qualcun altro

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La narrazione degli eventi in Iran ha molto da insegnare. Perchè il resoconto, blando, parziale che i media tradizionali possono dare ne ha messo in luce le difficoltà e l’incapacità di adeguarsi ai mezzi ed ai tempi. Non da ultimo, ovviamente, l’impossibilità, per quanti ancora vivono nel modo ovattato della TV, di godere di un’informazione completa, particolareggiata, plurale dalla quale partire per formare un’opinione pubblica consapevole.

Dall’altro lato della medaglia, che ci si trovi in Italia o nel resto del mondo, esiste però una realtà curiosa, viva, in continuo fermento, una realtà che si basa su di una grammatica consolidata e trasparente, per quanto informale.

Uno che conosce qualcuno che conosce qualcun altro: un’infrastruttura semplice, una catena in grado di attribuire valore all’anello successivo sulla base dell’interesse comune e di una partecipazione alla discussione costante, mutuale e costruttiva. Twitter, Friendfeed,  Flickr o YouTube hanno dimostrato ancora una volta di saper offrire copertura necessaria, tempestività senza precedenti, capacità di aggirare la censura.

Ora, si può continuare a voltare il capo all’innovazione e rintanarsi nelle logiche redazionali tradizionali in attesa che il ciclone spazzi via quello che rimane del passato, o si può decidere di affrontare la novità (che non è più tale), imparare dai nuovi media, magari consegnandosi al pubblico ludibrio iniziale (eventualità giustificata dal ritardo palese).

Il racconto dei fatti necessità dignità e rispetto e chi se ne dovrebbe occupare professionalmente non può prestare il fianco ad attacchi di questo tipo “Iran went to hell. Media went to bed.”

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