Editori vs Google, la sfida continua

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Nei giorni scorsi, il presidente della Associated Press, Dean Singleton, ha svelato l’intenzione degli editori di porre un freno all’utilizzo incontrollato dei contenuti editoriali minacciando azioni legali nei confronti di Google e degli aggregatori online.

La storia si ripete. Che si tratti di blogger, motori di ricerca o quant’altro, la soluzione alle crisi ( che siano economiche o politiche) si ripresenta in modo ciclico assumendo i panni del censore o del fustigatore. Ed a farne le spese, come sempre, è la libertà della rete.

Questa volta la necessità di fare cassa degli editori ha trovato il caprio espiatorio di turno nel servizio di Google News ed altri suoi simili. Vediamo di chiarire la situazione.

Il punto della questione.

L’offensiva dei colossi dell’informazione fa leva, come al solito, sul copyright. Sul banco degli imputati gli aggregatori di notizie, che, secondo gli editori, generano guadagni grazie all’utilizzo delle notizie e dei contenuti ripresi dai quotidiani online. La voce degli editori sarebbe: Google utilizza i contenuti senza pagare.

I precedenti.

Nei mesi scorsi, Google aveva rinunciato all’adozione di un software, ACAP, per la protezione dei contenuti online. Il programma permette ai produttori di contenuti di comunicare direttamente ai motori di ricerca in che modo possono essere utilizzati.

La risposta di Google.

Se la questione ruota attorno al rispetto del copyright, bisogna ricordare l’accordo siglato da Google con gli editori per la pubblicazione integrale dei lanci d’agenzia, oltre alla dottrina del fair use (giusto utilizzo) di stampo statunitense, che permette la pubblicazione di brevi estratti di notizie. Come fa notare Danny Sullivan, inoltre, gli editori possono richiedere di non essere indicizzati dai motori di ricerca. Ma in tal caso i rischi sarebbero maggiori dei benefici. La voce di Google: Google indirizza gli utenti verso i siti degli editori e ne garantisce guadagni pubblicitari maggiori.

Come finirà?

La partita è appena iniziata ma la scelta degli editori appare quantomeno contraddittoria. Da un lato infatti Google rappresenta un’opportunità per i giornali. Motori di ricerca e aggregatori garantiscono la visibilità dei quotidiani e ne aumentano il traffico. Dall’altro, secondo gli editori, Google dovrebbe pagare per la pubblicazione dei contenuti sulla propria piattaforma d’informazione.

Bisogna ricordare che Google, almeno per il momento, ha evitato di inserire i propri annunci pubblicitari sul servizio di aggregazione e che dunque su quei contenuti non ottiene direttamente guadagni. In passato, inoltre, gli editori hanno dimostrato di non gradire, o di non voler adottare, il servizio First Click Free, che permette di inserire nell’indice di Google, e garantirne la visibilità necessaria, anche a contenuti a pagamento o con particolari restrizioni.

Probabilmente gli editori dovrebbero indirizzare gli sforzi verso la ricerca di modelli di guadagno positivi anzichè sprecare le risorse nella rincorsa affannosa di pezzi d’informazione di cui si sentono proprietari. Per qualcuno non sarebbe neanche così.

Google o la rete non sono la causa del fallimento dei quotidiani. Bisogna accettarlo ed assumere posizioni meno bellicose e più propositive. Per il bene dell’informazione e dei lettori.


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