Facebook: tutti schiavi della pubblicità?

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Negli ultimi tempi Facebook ha utilizzato molte risorse per convincere i suoi membri (noi) circa il valore dello streaming, il flusso delle attività quotidiane, come pratica per aumentare le connessioni e la cerchia dei propri amici.

Sheril Sandberg, CEO Facebook, sottolinea l’importanza dello streaming per la costruzione del “network attivo”, quella zona di partecipazione in cui ognuno è parte di uno spazio sociale condiviso.

Cosa significa “controllo dello streaming”?

Il confine tra marketing e social network è diventato impalpabile, al punto che la pubblicità è entrata prepotentemente all’interno delle conversazioni personali. Come ribadisce la stessa Sandberg, la connettività tra le persone espande la capacità di ognuno di influenzare qualcun altro più rapidamente ed efficacemente. Se condivido un’attività, se mi associo ad un gruppo e commento una determinata storia, è più semplice che qualcuno all’interno del mio network ne venga coinvolto.

Quali sono i rischi?

Dalle persone alla pubblicità il passo è breve. L’intimità è una miniera d’oro per la pubblicità. Su Facebook la pubblicità segue modelli simili a quelli con cui condividiamo esperienze, immagini, preferenze. Si chiama Engagement Ads (commenti, sondaggi, gruppi sponsorizzati etc), e sempre secondo la Sandberg, l’interazione con questo tipo di pubblicità aumenta del 50% se qualcuno vede che un amico ne ha preso parte.

Il dubbio è che si voglia incanalare questa abilità inconsapevole verso finalità commerciali. Aumentare la socialità delle persone e creare una società interconnessa in cui ognuno possa essere un’automa promozionale al servizio della pubblicità.

Una prospettiva che Marshall Kirkpatrick, su ReadWriteWeb, associa alla manipolazione mistica ed al controllo dell’ambiente tipiche di alcune sette religiose.

Facebook sta diventando una nuova religione?

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